La vittoria di Alternative für Deutschland in un’elezione regionale tedesca ha molte cause e altrettante possibili spiegazioni. AfD è una forza di estrema destra, radicalmente nazionalista, ma fermarsi alla sua collocazione ideologica non basta a comprendere il risultato delle urne.
A pesare sono state anche le condizioni materiali e il crescente disagio sociale: l’ennesima riforma delle pensioni, l’obbligo di presentare il certificato medico anche per un solo giorno di malattia, le decine di migliaia di licenziamenti annunciati nell’industria automobilistica. Alle urne sono tornate centinaia di migliaia di persone che da anni avevano smesso di votare.
Quello per AfD è stato dunque anche un grande voto di protesta, che ha colpito e punito duramente tutte le forze politiche tradizionali: cristiano-democratici, socialdemocratici e liberali.
Eppure qualcosa di simile, pur in un contesto politico e storico profondamente diverso, è accaduto anche in Italia. Alle elezioni politiche del 2018 il Movimento 5 Stelle, una forza nuova e antisistema, superò ogni pronostico diventando il primo partito del Paese con oltre il 33% dei voti e conquistando centinaia di seggi in Parlamento.
Per più di tre anni avrebbe espresso il presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri e altri titolari di incarichi chiave. Portò nelle istituzioni uomini e donne che non avevano mai fatto politica e riuscì a eleggere due giovani sindache alla guida di Roma e Torino.
Molti di quei deputati e senatori, arrivati in Parlamento senza precedenti esperienze politiche, ne sarebbero usciti nel 2022. Nel frattempo una parte consistente aveva abbandonato il Movimento, fondato nuove formazioni oppure trovato spazio nei partiti contro i quali aveva costruito la propria ascesa: da Fratelli d’Italia al Partito democratico, dalla Lega a Forza Italia.
Anche allora moltissimi elettori tornarono alle urne dopo anni di astensione per affidarsi al Movimento 5 Stelle. Dopo il sostanziale fallimento del progetto originario di Beppe Grillo, una parte di loro scelse nuovamente il non voto.
Il Movimento di oggi somiglia molto poco a quello del 2018. Si attesta intorno al 10-12% e si è collocato, almeno per ora, nel campo del centrosinistra. Allora si presentava come un “non partito”, privo di una storia e di un’ideologia definite, ma determinato a ribaltare il sistema. Non ha ribaltato quasi nulla e molti dei suoi dirigenti si sono integrati proprio in quel sistema che promettevano di cambiare.
Si dirà, giustamente, che AfD un’ideologia precisa ce l’ha: quella dell’estrema destra nazionalista. E proprio per questo rappresenta un fenomeno potenzialmente più pericoloso. Il Movimento 5 Stelle, invece, era un contenitore nel quale convivevano istanze di destra, di sinistra e di centro, tenute insieme da un forte impulso antisistema e, almeno nella sua fase iniziale, da un marcato euroscetticismo.
Ma anche le società nelle quali questi fenomeni maturano sono diverse. Gli italiani non sono i tedeschi. Nel nostro Paese l’identità nazionale, l’enfasi sul carattere di un popolo e l’idea del suo primato hanno un peso meno profondo e meno diffuso.
Rimane però una domanda comune: quanto può reggere alla prova del governo una forza politica portata rapidamente ai massimi livelli del consenso e del potere, senza un’adeguata maturazione e senza una classe dirigente preparata?
Nel caso italiano abbiamo già visto la risposta. In quello tedesco dobbiamo ancora scoprirla.








