Definanziamento, carenza di personale e strutture territoriali che rischiano di rimanere vuote. È partito dalla sanità pubblica il programma della Festa del Partito democratico, aperta questa sera in piazza Vela con il confronto «Sanità pubblica, bene comune. Uniti per il diritto alla salute».
Al dibattito hanno partecipato i consiglieri regionali Domenico Rossi, segretario piemontese del Pd, Vittoria Nallo, capogruppo di Stati Uniti d’Europa per il Piemonte, Sarah Disabato, capogruppo del Movimento 5 Stelle e coordinatrice regionale, e Manfredi Romano, tecnico di radiologia all’ospedale Maggiore di Novara, intervenuto in rappresentanza di Alleanza Verdi e Sinistra.
Il primo tema affrontato è stato quello delle condizioni del Servizio sanitario nazionale e dell’azione condotta dalle opposizioni in consiglio regionale. Rossi ha richiamato i dati della Fondazione Gimbe: «L’Italia investe nella sanità il 6,2% del Pil, contro una media europea del 7,1%, ed è al quindicesimo posto in Europa. Con le risorse messe a disposizione dal governo non possiamo avere una buona sanità».
Secondo il segretario regionale del Pd, il problema principale resta il progressivo definanziamento del sistema pubblico, che «produce disuguaglianze tra chi può pagare le prestazioni private e chi, invece, rinuncia a curarsi». Rossi ha ricordato la proposta di legge depositata dal Pd per destinare alla sanità pubblica almeno il 7% del Pil, intervenendo anche sul sistema fiscale.
Per Disabato, le difficoltà sono ormai evidenti a chiunque frequenti un ospedale o un ambulatorio. «La situazione è raccapricciante – ha affermato –. Il governo Conte, attraverso il Pnrr, ha reso possibile la realizzazione di oltre cento strutture in Piemonte, ma abbiamo assistito a inaugurazioni di sedi che il giorno successivo erano già chiuse. Aumentare di qualche miliardo le risorse non basta se manca una vera programmazione sanitaria».
La capogruppo del Movimento 5 Stelle ha ricordato che le opposizioni sono riuscite a ottenere l’avvio del percorso per il nuovo Piano sociosanitario regionale, «del quale però oggi non c’è ancora traccia». Una situazione che, secondo Disabato, lascia sempre più spazio alla sanità privata.
Nallo ha posto l’accento sui circa 40 miliardi di euro sostenuti direttamente dalle famiglie italiane per le cure private, una spesa cresciuta del 7,5%. «Tra bollette, carburanti e scuola, le famiglie devono pagare anche la sanità perché il sistema pubblico non riesce più a offrire servizi efficaci», ha dichiarato.
Nel mirino anche la gestione finanziaria della Regione. «Abbiamo approvato un bilancio nel quale mancava la sanità perché non si sapeva quante risorse sarebbero arrivate dal governo. Si è dovuti intervenire successivamente con una variazione: è la sciatteria istituzionale con cui viene affrontato un tema fondamentale».
Nallo ha espresso forti dubbi anche sull’autonomia differenziata: «Può funzionare soltanto in una situazione economica stabile e favorevole. Se già oggi facciamo fatica a trovare personale e a mantenere aperti i presidi territoriali, come possiamo pensare che questo modello garantisca maggiori tutele ai cittadini?».
Dal punto di vista dei lavoratori è intervenuto Manfredi Romano. Il sottofinanziamento, ha spiegato, ha provocato un progressivo abbandono del servizio pubblico da parte degli operatori, contribuendo all’allungamento delle liste d’attesa. «Il rinnovo del contratto collettivo non ha colmato la distanza tra l’aumento del costo della vita e gli stipendi. Molti professionisti sono passati al privato, rinunciando persino ad alcune tutele garantite dal settore pubblico».
Dopo la pandemia, ha aggiunto Romano, molte delle promesse di nuove risorse sono rimaste disattese. «Il rinnovo delle tecnologie e la costruzione di nuovi ospedali rischiano di produrre cattedrali nel deserto: possiamo avere strutture moderne, ma non gli operatori necessari per farle funzionare». Al Maggiore, ha ricordato, per alcuni esami di radiologia, come Tac e risonanze magnetiche, le attese superano i tre mesi, mentre restano critiche anche dermatologia e chirurgia vascolare.
Il confronto si è poi concentrato sul nuovo ospedale di Novara e, più in generale, sull’edilizia sanitaria piemontese. «Cirio governa dal 2019, ma degli undici nuovi ospedali annunciati non è ancora partito un solo cantiere», ha attaccato Rossi.
Sul progetto novarese il consigliere regionale ha indicato tre questioni ancora aperte. «La prima preoccupazione è che si arrivi alla realizzazione senza un vero confronto con chi lavora nell’ospedale: dobbiamo sperare che il progetto risponda davvero alle esigenze dei professionisti e dei pazienti. C’è poi il futuro dell’ospedale di Galliate, per il quale è previsto il passaggio dal Maggiore all’Asl, una scelta che condivido ma che non è stata discussa con medici e sindacati. Infine, resta da decidere come riutilizzare l’attuale area ospedaliera: sarà un tema centrale per la prossima amministrazione comunale».
Rossi ha richiamato anche le difficoltà della medicina territoriale. Secondo i dati Agenas citati durante il dibattito, il Piemonte presenta il peggior rapporto italiano tra medici di medicina generale e abitanti ed è penultimo per numero di pediatri. Un problema che non interessa più soltanto le aree montane o periferiche, ma comincia a colpire anche i centri urbani.
L’ultima parte dell’incontro è stata dedicata alle Case di comunità finanziate dal Pnrr. «Non serve avere un ospedale sotto casa, ma è indispensabile che la sanità territoriale funzioni», ha osservato Nallo. «Ancora oggi non sappiamo come sarà organizzato il lavoro dei medici di medicina generale all’interno delle Case di comunità. Dopo continui scontri nella maggioranza, rischiamo di avere edifici senza la garanzia di un presidio effettivo».
La consigliera ha allargato il ragionamento ai consultori, che «non sono soltanto luoghi ai quali rivolgersi per l’interruzione di gravidanza, ma dovrebbero accompagnare le donne in tutte le fasi della vita», e alla salute mentale dei più giovani, con famiglie spesso costrette «a scegliere tra arrivare alla fine del mese e pagare uno psicologo».
Rossi ha citato come simbolo delle difficoltà del sistema l’ambulatorio gratuito aperto a Borgomanero, nel quale medici in pensione prestano volontariamente la propria attività a favore dei pazienti. Per Romano, invece, è necessario un piano straordinario di assunzioni, accompagnato da un aumento degli stipendi e dal superamento dei rapporti di lavoro atipici, dalle partite Iva ai gettonisti, che hanno prodotto costi elevati senza risolvere la carenza strutturale di personale.
Tra le criticità evidenziate anche il ritardo nella digitalizzazione: «Le diverse aziende sanitarie piemontesi non dispongono ancora di sistemi realmente integrati – ha concluso Rossi – e in sette anni nessuno ha affrontato seriamente il problema».








