Malinconie d’ottobre

Il filosofo danese Søren Kierkegaard affermava che in autunno tutto ci ricorda il crepuscolo, tuttavia mi sembra la stagione più bella, soprattutto perché tanto attesa, quest’anno, dopo una torrida e interminabile estate.

Finiti l’eccesso, la spossatezza, l’aridità della terra e una luce accecante che non hanno lasciato spazio al refrigerio e all’intimità, l’autunno non arriva come una semplice scadenza sul calendario, ma come una necessità biologica e spirituale.

La luce di ottobre è obliqua, fa intuire le ombre, parla di atmosfere sospese e malinconiche.

E’ bello stare in casa a riflettere, leggere, guardarsi nell’anima mentre fuori ritornano le piogge. E se la pioggia in una mattina d’autunno ispira a Carducci tedio e nostalgia, la malinconia è segno molto spesso di una superiore forma di sensibilità.

E la sensibilità di Attilio Bertolucci riesce a trasformare in poesia il senso di vuoto lasciato dalla scomparsa del fratello: l’incupirsi del suo animo si colora delle ombre e delle foglie sui colli e sulle pianure al tramonto.

“Un giorno amaro l’infinita cerchia
dei colli veste di luce declinante,
e già trabocca sulla pianura
un autunno di foglie.
Più freddi ora dispiega i suoi vessilli
d’ombra il tramonto,
un chiaro lume nasce
dove tu dolce manchi
all’antica abitudine serale”.

E’ invece un rifugio mite e silenzioso l’autunno di Salvatore Quasimodo: la stagione astronomica diventa stagione dell’uomo, acqua, alberi e foglie diventano specchio della fragilità e del declino, accolti e custoditi nel paesaggio.

“Autunno mansueto, io mi posseggo
e piego alle tue acque a bermi il cielo,
fuga soave d’alberi e d’abissi.
Aspra pena del nascere mi trova
a te congiunto; e in te mi schianto e risano:
povera cosa caduta che la terra raccoglie”.

A. Bertolucci, Al fratello, in La capanna indiana, 1951

S. Quasimodo, in Oboe sommerso, 1932

© 2026 La Voce di Novara
Riproduzione Riservata