Senza costumi né scenografie, Turandot conquista il Coccia con la sola forza della musica pucciniana

Il teatro mezzo vuoto, i cantanti seduti sul palcoscenico, nessuna scenografia, nessun costume, nessun gioco di luci. Eppure, alla fine, la musica di Puccini – ça va sans dire – ha avuto la meglio su tutto. La Turandot andata in scena ieri sera, 23 ottobre, al Teatro Coccia di Novara è stata certamente uno spettacolo a metà, privato di una componente essenziale del teatro d’opera, ma non per questo meno degno di essere ascoltato. Anzi, proprio l’assenza di tutto ciò che normalmente accompagna e sostiene il canto ha finito, per certi versi, per esaltare ancora di più l’inconfondibile meraviglia della scrittura pucciniana.

La decisione di presentare l’opera in forma di concerto era arrivata soltanto il giorno precedente, in seguito allo sciopero nazionale dei lavoratori dei teatri e dello spettacolo, al quale hanno aderito alcuni reparti del Teatro Sociale di Como, coproduttore dell’allestimento. Il Coccia aveva tempestivamente avvisato gli spettatori che avevano acquistato biglietti e abbonamenti, offrendo la possibilità di chiedere il rimborso o un voucher. Le defezioni sono state numerose e il risultato era ben visibile in sala, occupata per circa metà della sua capienza. Un peccato, perché chi ha rinunciato ha perso un’esecuzione che, pur nelle inevitabili limitazioni, ha riservato momenti di grande intensità musicale.

Quello novarese è soltanto uno degli effetti delle agitazioni che stanno attraversando i teatri italiani. Alla Scala di Milano lo sciopero ha fatto saltare la prima del Faust di Gounod, mentre alla Fenice di Venezia sono a rischio le inaugurazioni della stagione lirica e sinfonica del 13 novembre e del 28 novembre.

Al Coccia, dunque, niente allestimento, niente costumi, trucco o disegno luci. Solisti e coro seduti sul palcoscenico, l’Orchestra dei Pomeriggi Musicali nella buca, e a sostenere l’intera rappresentazione soltanto la musica, le voci e la capacità degli interpreti di dare vita ai personaggi senza poterli realmente incarnare sulla scena.

Una condizione tutt’altro che semplice. Cantare di fronte al pubblico, senza la mediazione della finzione teatrale, significa esporsi a uno sguardo diretto, quasi impietoso. Se da un lato viene meno l’impegno fisico della recitazione, dall’altro scompare anche la possibilità di affidare a un gesto, a uno spostamento o al rapporto con gli altri personaggi una parte dell’espressione drammatica. In un’opera come Turandot, costruita su contrasti violenti, passioni estreme e rapporti di potere, è una privazione considerevole. E proprio per questo il risultato raggiunto dagli interpreti merita un riconoscimento ulteriore.

Le voci, tra profondità e intensità drammatica

Tra le prove più convincenti della serata, quella del basso Baopeng Wang, un Timur dalla voce profondissima, di notevole corpo e ricchezza timbrica. Un canto autorevole, capace di restituire tutta la dignità e la sofferenza del vecchio re spodestato, senza bisogno di ricorrere ad alcun artificio scenico. La sua presenza vocale ha dato particolare spessore a un personaggio che, pur non essendo al centro dell’azione, rappresenta uno dei nuclei emotivi dell’opera.

Splendida Songha Lee nel ruolo di Liù, forse il personaggio più autenticamente umano dell’intera vicenda, vittima sacrificale della crudeltà e della prepotenza altrui. Il soprano ha affrontato la parte con una precisione impeccabile, una linea di canto limpida e una sensibilità interpretativa capace di commuovere senza mai scivolare nell’eccesso. Già in Signore, ascolta! aveva mostrato tutta la delicatezza del personaggio, ma è soprattutto in Tu che di gel sei cinta, l’aria che precede il suo sacrificio, che la sua interpretazione ha raggiunto il momento di maggiore intensità. Un canto misurato e insieme struggente, nel quale ogni frase sembrava trovare il proprio peso espressivo.

Libby Sokolowski è stata una Turandot eccellente, probabilmente la più teatrale tra gli interpreti, nonostante l’impossibilità di muoversi e costruire fisicamente il personaggio. Il soprano ha saputo restituire l’alterigia, la durezza e l’inquietudine della principessa attraverso la voce e un’espressività che non aveva bisogno di scenografie per imporsi. In In questa reggia, uno dei passaggi più impegnativi e caratterizzanti della parte, ha dato prova di forza e autorevolezza, mentre nel duetto con Calaf è riuscita a mantenere viva la tensione drammatica anche nella sostanziale immobilità imposta dalla forma di concerto. Una Turandot intensa, vocalmente solida e dotata di una presenza drammatica che è riuscita a farsi sentire persino in assenza della scena.

Più discontinua, almeno nella resa interpretativa, la prova di Roberto Aronica nei panni di Calaf. Il tenore – già applaudito al Coccia lo scorso anno nel ruolo di Otello – rimasto quasi immobile per i primi due atti, ha trovato nel terzo una maggiore incisività, a cominciare da un notevole Nessun dorma, affrontato con sicurezza e buona tenuta vocale. Da quel momento la sua interpretazione è cresciuta, acquistando progressivamente slancio e intensità fino alla conclusione. Una prova che ha saputo dare il meglio di sé nella parte finale dell’opera.

Tra i ruoli secondari si è distinto in modo particolare il baritono Paolo Ingrasciotta, interprete di Ping, capace di dare risalto al personaggio con una vocalità convincente e una spiccata sensibilità musicale. Insieme a Giulio Putrino, Pang, e Giacomo Leone, Pong, ha contribuito a restituire vivacità e carattere agli interventi dei tre ministri, figure che nella partitura pucciniana alternano ironia, disincanto e malinconia, offrendo un contrappunto fondamentale alla cupezza della vicenda.

Completavano il cast Gerardo Dell’Affetto nel ruolo dell’imperatore Altoum, Francesco La Gattuta in quello del Mandarino, Marco Tomasoni come Principe di Persia e Chiara Ciurlia e Laura Dacomo nelle parti delle due ancelle. Tutti chiamati a inserirsi in un’esecuzione nella quale anche gli interventi più brevi dovevano trovare una propria identità esclusivamente attraverso il canto.

Il coro e l’orchestra, la forza della partitura pucciniana

All’altezza della prova anche il Coro OperaLombardia, preparato dal maestro Riccardo Bianchi, chiamato a sostenere una parte particolarmente impegnativa. In Turandot, dove il coro non è un semplice accompagnamento ma un protagonista collettivo – ora folla assetata di sangue, ora popolo impaurito, ora voce di pietà – ha rappresentato una componente fondamentale per costruire la dimensione drammatica dell’opera, tanto più in assenza di un allestimento che potesse dare corpo alla moltitudine. La compagine ha restituito efficacemente i contrasti della scrittura corale, alternando gli interventi più possenti ai passaggi di maggiore delicatezza. Prezioso anche il contributo dietro le quinte del Coro di Voci Bianche del Teatro Sociale di Como, diretto dal maestro Davide Dell’Oca.

Ma è stata soprattutto l’Orchestra dei Pomeriggi Musicali, diretta dal maestro Alessandro D’Agostini, a tenere insieme questa insolita rappresentazione. Una direzione attenta alle sfumature, capace di valorizzare tanto la potenza orchestrale quanto le pagine più intime, nelle quali Puccini raggiunge vertici di straordinaria raffinatezza: dai colori taglienti e dalle sonorità percussive che evocano la Pechino crudele e misteriosa, fino alle linee melodiche più morbide e struggenti, l’orchestra ha restituito la complessità di una partitura che alterna continuamente violenza e lirismo, tensione e abbandono.

Senza le immagini a catturare l’attenzione, è stato possibile seguire con maggiore concentrazione il dialogo tra buca e palcoscenico, cogliere dettagli strumentali che talvolta passano in secondo piano e lasciarsi attraversare da quella straordinaria genialità pucciniana di trasformare ogni emozione in musica. Non che la forma di concerto possa sostituire la rappresentazione scenica di un’opera: sarebbe una conclusione ingenerosa nei confronti della natura stessa del teatro musicale. Ma questa circostanza imprevista ha offerto una diversa possibilità di ascolto, rivelatasi tutt’altro che priva di fascino.

A rendere ancora più particolare la serata è stata la scelta di eseguire Turandot nella sua versione incompiuta, interrompendola dove Puccini lasciò la partitura prima della morte, senza il finale successivamente completato da Franco Alfano. Proprio come avvenne il 25 aprile 1926 alla Scala di Milano, quando Arturo Toscanini, dirigendo la prima assoluta, fermò l’esecuzione dopo la morte di Liù. A cent’anni di distanza, la scelta di rispettare l’incompiutezza dell’ultima opera pucciniana restituisce alla vicenda un epilogo di particolare forza: non la riconciliazione tra Turandot e Calaf, ma il sacrificio della giovane schiava, che rimane sospeso come un interrogativo senza risposta.

E forse, in una serata segnata da un’assenza tanto evidente, anche questo finale sospeso ha assunto un significato particolare: una Turandot privata della scena e lasciata senza conclusione, eppure capace di parlare attraverso la sola forza della musica.

Domani, domenica 25 ottobre, alle 16, la replica tornerà nella sua veste completa, con l’allestimento scenico originariamente previsto. Chi sarà in sala potrà finalmente godere della Turandot immaginata dal regista Nadir Dal Grande. Chi c’era venerdì, invece, conserverà il ricordo di una rappresentazione certamente anomala, inevitabilmente mutilata nella sua dimensione teatrale, ma capace di regalare momenti di autentica bellezza. E di ricordare, ancora una volta, quanto sia straordinaria la musica di Puccini, anche quando tutto il resto viene a mancare.

Guarda qui la puntata su Turandot di “Obiettivo Opera”

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Immagine di Cecilia Colli

Cecilia Colli

Novarese, giornalista professionista, ha lavorato per settimanali e tv. A La Voce di Novara ha il ruolo di direttore