La memoria del 24 ottobre ha rinnovato l’impegno civile della città nel ricordare le vittime della ferocia nazifascista. Durante le celebrazioni che si sono svolte questa mattina, 24 ottobre, al monumento in piazza Martiri e alla lapide di piazza Cavour, le istituzioni locali hanno ripercorso i tratti di una pagina drammatica, in cui i corpi di giovani partigiani vennero esposti pubblicamente come strumento di terrore a seguito di una rappresaglia.
Il consigliere delegato della Provincia, Pietro Palmieri, ha ribadito come Novara non intenda «dimenticare le persone a cui è stata sottratta la vita per aver avuto il coraggio di ribellarsi. La Resistenza è una parola densa di significato che impone di opporsi a una forza nemica: la scelta della libertà e della democrazia compiuta da questi giovani richiede oggi il dovere di trasferire il valore di quel sacrificio alle nuove generazioni» ha dichiarato. Sulla stessa linea l’intervento dell’assessore alla Sicurezza, Luca Piantanida, che ha inquadrato la ricorrenza come «il momento per onorare chi ha subito una violenza disumana e inaccettabile. Attraversare oggi i luoghi di quella tragedia deve spingere la comunità a riflettere per evitare di ripetere gli errori del passato, poiché coltivare la memoria significa ampliare gli orizzonti e gettare basi solide per il futuro» ha spiegato Piantanida.
La ricostruzione del contesto è stata affidata allo storico Carlo Greppi, che ha tracciato un parallelismo con l’esposizione dei quindici corpi di piazzale Loreto, costante macabra della brutalità fascista. Greppi ha ricordato un dettaglio fondamentale per leggere il presente: «la maggior parte dei martiri erano ragazzi, giovani che hanno avuto l’estremo coraggio di lottare. A Novara i loro corpi vennero lasciati sotto la pioggia, in una notte in cui veniva impedito a chiunque di toccarli, un veto spezzato solo dal coraggioso intervento di Rina Musso». La riflessione dello storico ha infine marcato la profonda distanza morale e storica tra i due schieramenti: «se per i fascisti la violenza rappresentava un valore fondante, per i partigiani è stata una tragica necessità».








