Le percentuali migliorano, le liste d’attesa molto meno. Almeno a giudicare dai tempi pubblicati dalle stesse strutture sanitarie novaresi, dove per ottenere alcune visite specialistiche o esami diagnostici si continua ad aspettare per mesi, talvolta oltre un anno. Eppure l’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi torna a rivendicare i progressi certificati da Agenas, riproponendo sostanzialmente gli stessi numeri già diffusi nei giorni scorsi. Numeri corretti, ma che raccontano soltanto una parte della realtà: quella delle prenotazioni che rispettano i tempi previsti, lasciando sullo sfondo tutte le altre.
Nel nuovo intervento l’assessore ribadisce che nei primi nove mesi del 2026 la percentuale di prime visite prenotate entro i tempi di garanzia è salita dal 69,2% al 72,2%, con un incremento di tre punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2025, superiore alla crescita media nazionale di 1,7 punti. Per gli esami diagnostici si passa invece dall’82,4% all’82,7%, un miglioramento di appena 0,3 punti percentuali.
Il dato è positivo, ma basta rovesciare la prospettiva per coglierne i limiti: il 27,8% delle prime visite monitorate continua a non rispettare i tempi di garanzia. Più di una su quattro. Per gli esami diagnostici la quota è del 17,3%. Percentuali che rappresentano una parte tutt’altro che trascurabile delle prestazioni e che il miglioramento complessivo non può cancellare.
I numeri del Maggiore e dell’Asl raccontano un’altra realtà
La distanza tra le statistiche regionali e le difficoltà di accesso alle prestazioni emerge con particolare evidenza nel Novarese. Come documentato nei giorni scorsi da La Voce, analizzando le rilevazioni ufficiali dell’ospedale Maggiore della Carità e dell’Asl Novara, per alcune visite specialistiche ed esami diagnostici i tempi di attesa superano abbondantemente quelli previsti dalle rispettive classi di priorità, arrivando in diversi casi a sfiorare o superare un anno.
Non si tratta di episodi raccontati dai pazienti, ma di dati pubblicati dalle stesse aziende sanitarie. Rilevazioni riferite a specifiche strutture, che non coincidono necessariamente con tutte le disponibilità offerte dal sistema regionale, ma che documentano comunque criticità difficili da ignorare.
È proprio qui che si apre la questione fondamentale: quando una struttura pubblica indica tempi incompatibili con quelli di garanzia, il sistema sanitario è effettivamente in grado di offrire al cittadino un’alternativa nei termini previsti? E quanto è semplice, nella pratica, riuscire a ottenerla?
Perché il diritto a una prestazione sanitaria non può esaurirsi nella possibilità teorica di prenotarla: deve tradursi in un appuntamento concretamente disponibile e compatibile con le necessità cliniche del paziente.
Le aperture straordinarie e i risultati che mancano
Nel nuovo comunicato Riboldi attribuisce i miglioramenti alle aperture serali e nei fine settimana, alle prestazioni aggiuntive e all’introduzione di nuovi modelli organizzativi. Interventi sui quali, tuttavia, non vengono forniti ulteriori elementi per comprenderne l’impatto effettivo sul territorio.
Quante prestazioni aggiuntive sono state erogate nel Novarese? Quanti pazienti hanno potuto anticipare una visita o un esame grazie alle aperture straordinarie? Quali specialità hanno registrato una riduzione significativa dei tempi e quali continuano invece a presentare le maggiori criticità?
Sono domande alle quali le percentuali complessive di Agenas non possono rispondere. Eppure sono proprio queste informazioni che permetterebbero di valutare se gli interventi messi in campo stiano producendo risultati concreti anche nelle situazioni più problematiche.
Il caso delle priorità: Piemonte lontano dalla media nazionale
Riboldi richiama inoltre un altro dato del monitoraggio: in Piemonte soltanto l’8,8% delle prime visite appartiene alla classe P, quella programmabile entro 120 giorni, contro una media nazionale del 34,9%.
L’assessore sottolinea che la corretta attribuzione delle priorità è fondamentale per garantire risposte adeguate alle esigenze cliniche dei pazienti. Un principio condivisibile, che però non spiega una differenza così marcata rispetto al resto del Paese.
Lo scostamento, da solo, non consente di stabilire se dipenda da una maggiore appropriatezza prescrittiva o da altre caratteristiche del sistema regionale. Resta però un elemento da approfondire, soprattutto per comprendere quanto la distribuzione delle classi di priorità incida sulle percentuali complessive di rispetto dei tempi.
Il miglioramento statistico e il problema di chi resta in attesa
«I problemi da risolvere sono ancora molti», riconosce lo stesso Riboldi, che parla di un sistema finalmente in movimento. Ma nel nuovo comunicato, come nel precedente, l’attenzione resta concentrata quasi esclusivamente sugli indicatori positivi, senza affrontare nel dettaglio le situazioni in cui le attese continuano a superare di gran lunga i limiti previsti.
Il punto non è negare i progressi registrati da Agenas, ma evitare che diventino l’unica chiave di lettura della sanità piemontese. Un miglioramento di tre punti percentuali è un risultato misurabile, così come lo è il fatto che oltre un quarto delle prime visite monitorate continui a non rispettare i tempi di garanzia.
E se le aperture straordinarie, le prestazioni aggiuntive e i nuovi modelli organizzativi stanno producendo effetti, sarebbe utile conoscere non soltanto quanto migliorino le percentuali regionali, ma anche quanto riescano a ridurre le attese più lunghe.
Perché il problema, per i cittadini, non è sapere se il Piemonte abbia guadagnato tre punti in una statistica nazionale. È riuscire a prenotare una visita o un esame quando ne hanno bisogno, senza dover attendere mesi o essere costretti a cercare una soluzione a pagamento.
Ed è su questa distanza tra i risultati rivendicati e l’accesso effettivo alle cure che la Regione deve ancora fornire le risposte più importanti.








