Oggi i suoi clienti dicono di aver cambiato vita. Alcuni sono sposati, con figli; qualcuno ha anche seguito un percorso di recupero al Sert. Ma all’epoca, quasi dieci anni fa, «consumavo droga ogni giorno, 20 euro per l’eroina, 50 per la cocaina». E uno aggiunge: «Mi vergogno, ma per fortuna questo è il mio passato». Sono i consumatori dei boschi novaresi quelli che in tribunale hanno sfilato al processo per una delle numerose indagini dei carabinieri in zona diventate da tempo vere e proprie piazze di spaccio a cielo aperto.
Imputato è E.M.E.B., 47enne senza fissa dimora di origine marocchina che dopo così tanto tempo è stato condannato a 7 anni e 3 mesi di reclusione per concorso in una serie di cessioni di cocaina, eroina e hashish fra Cavaglio, Fontaneto, Cureggio, dall’ottobre del 2015 fino al gennaio del 2016. Il giudice ha anche stabilito l’espulsione dal territorio dello Stato una volta scontata la condanna. Il pm aveva chiesto 9 anni, mentre la difesa l’assoluzione per mancanza di prove.
Un processo iniziato un po’ in ritardo, il suo. Molti connazionali del gruppo di spacciatori che frequentavano la zona, infatti, sono già stati giudicati negli anni scorsi. In aula sono stati ricordati i loro soprannomi per lo più italiani, Aldo, Stefano, Iuri, Zidane, e poi il pirata e lo sguercio. Aldo era il capo: anche lui è già stato condannato a 6 anni e 7 mesi con sentenza definitiva.
Dal racconto dei consumatori è emerso un quadro sostanzialmente uguale a quello verificato dai carabinieri in tante indagini antidroga nei boschi dell’Ovest Ticino e del Borgomanerese o del Cusio, rimasto praticamente invariato nel tempo. Bastava chiamare un numero di telefono, che girava fra i consumatori e si chiedeva un tot di “bianca”, o “scura”, a seconda che si desiderasse cocaina o eroina. Poi si andava in macchina nei boschi e da lì usciva un ragazzo che consegnava quanto richiesto. Spesso, per identificare il punto, i pusher fornivano un riferimento, come la strada del santuario di Boca, o quella fra Cavaglio e Ghemme dove era stato posizionato un sacchetto bianco per indicare il luogo in cui svoltare, o una particolare salita al Piano Rosa o in una frazione di Gargallo. Il nome dell’imputato era emerso nelle intercettazioni, e c’erano stati poi dei riconoscimenti fotografici.









