Molto si discute, in questo scorcio d’estate, delle tensioni interne alla Lega per Salvini. Vicende che interessano anche chi leghista non è, perché al Nord – e in particolare a Novara – il partito continua ad avere un peso politico rilevante: esprime il sindaco del capoluogo, sia pure ormai nell’ultimo anno del suo secondo mandato, assessori comunali, un assessore regionale e un deputato che è anche sindaco di Arona.
Finora la Lega ha soprattutto sofferto il progressivo ridimensionamento rispetto al boom, anche locale, di Fratelli d’Italia. Una nuova condizione di subordinazione all’interno del centrodestra che il partito ha accettato malvolentieri, mentre sul suo stesso terreno politico si è affacciata anche la concorrenza del nuovo partito di estrema destra del generale Vannacci.
Ora, però, il calo dei consensi rischia di mettere in discussione la stessa unità della Lega.
Una Lega che da tempo non è più “Nord”, ma “per Salvini”: un partito costruito sempre più a immagine e somiglianza del suo leader, Matteo Salvini. Un leader che, tuttavia, non è mai stato così contestato all’interno del proprio partito.
Come spesso accade in politica, le lotte interne si ammantano di motivazioni ideologiche, politiche e programmatiche. Ma dietro le grandi questioni di principio possono esserci ragioni molto più concrete: il potere, gli incarichi e, detto più brutalmente, le poltrone.
A Salvini viene contestato di essersi progressivamente allontanato dal modello originario della Lega: un partito concentrato soprattutto sul Nord e sulle esigenze dei suoi ceti produttivi. La sua leadership avrebbe invece accentuato l’identità nazionale e spostato il partito sempre più verso una destra radicale e nazionalista.
Ma il vero nodo potrebbe essere molto più prosaico. Con percentuali di consenso così basse, difficilmente tutti gli attuali parlamentari della Lega potranno essere riconfermati. Solo una parte avrà concrete possibilità di tornare in Parlamento e, nella prospettiva della riforma elettorale voluta da Giorgia Meloni e in discussione in Parlamento, diventeranno decisive le posizioni utili nelle liste proporzionali, soprattutto quelle che consentiranno l’elezione senza dover contare sul voto di preferenza.
In altre parole, i posti sicuri saranno pochi. E se a decidere chi dovrà occuparli sarà soltanto Salvini, è prevedibile che a beneficiarne saranno soprattutto i suoi fedelissimi. Per molti degli altri rischierebbe di non rimanere nulla.
È anche per questo che la crisi interna alla Lega appare difficile da ricomporre. Una mediazione sarà possibile soltanto se Salvini accetterà di condividere con gli altri dirigenti del partito la composizione delle future liste e, quindi, la scelta di chi avrà maggiori possibilità di essere rieletto. Diversamente, dietro lo scontro sulla linea politica continuerà a pesare una questione assai più concreta: chi resterà dentro e chi, invece, sarà destinato a rimanere fuori.








