VIDEO – Quando il giornalismo sceglie il coraggio: il Premio Cristiana Matano a Luca Galuppini

Oggi, per noi de La Voce di Novara, è un giornata di festa e orgoglio. Ma sarebbe sbagliato fermarsi alla gioia. Perché il prestigioso Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano, che ieri sera a Lampedusa è stato consegnato al nostro giovane collega Luca Galuppini, nasce da una delle pagine più dolorose che questa redazione abbia mai scritto. E ci ricorda una delle lezioni più dure del nostro mestiere: i riconoscimenti più importanti arrivano quasi sempre dagli articoli che nessun giornalista vorrebbe essere costretto a scrivere.

Il Premio Cristiana Matano è tra i più autorevoli riconoscimenti italiani dedicati al giornalismo d’impegno civile. È organizzato con il patrocinio dell’Ordine nazionale dei Giornalisti, dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia, della Federazione Nazionale della Stampa, di Assostampa Sicilia e Palermo, in collaborazione con il Parlamento Europeo e la Commissione Europea.

Sapere che il nome de La Voce di Novara stasera è stato pronunciato su quel palco è motivo di vanto. Ma ancora di più lo è sapere perché. Luca, classe 2000, ha ricevuto il premio nella categoria Under 30 grazie a un articolo pubblicato un anno fa su queste pagine. Uno di quelli che nessuno di noi avrebbe mai voluto scrivere. Perché il 27 luglio 2025 Novara si è fermata. Un’auto lanciata contromano per sette chilometri sull’autostrada A4 provocò una delle tragedie più sconvolgenti che la nostra provincia ricordi: quattro vittime e un’unica sopravvissuta, Silvia Moramarco, alla quale, a quasi un anno di distanza, continuiamo a rivolgere tutto il nostro affetto e la nostra vicinanza. Tra le vittime c’erano Valerio Amodio Giurni, marito di Silvia, e i loro vicini di casa: Mario Paglino e Gianni Grossi, artisti, imprenditori, creatori delle Barbie da collezione conosciuti in tutto il mondo. Ma, prima ancora di tutto questo, due uomini sposati che avevano scelto di condividere una vita insieme.

Al funerale c’eravamo anche noi e Luca lo ha raccontato con gli occhi di un cronista, ma soprattutto con quelli di un ragazzo capace di ascoltare ciò che spesso resta sospeso tra le righe. Il suo articolo, “Mario Paglino e Gianni Grossi, un amore detto a mezza voce”, era accompagnato da una fotografia di Alessandro Visconti destinata a restare nella memoria collettiva: l’abbraccio tra le due madri, appena uscite dalla basilica di San Gaudenzio dopo aver dato l’ultimo saluto ai loro figli. In quello scatto non c’era solo il dolore. C’era una vita intera raccontata senza bisogno di parole.

Eppure furono proprio le parole a cambiare il significato di quella giornata. Durante l’omelia, l’amore di Mario e Gianni venne definito “un’amicizia”. Luca non alzò i toni, non cercò la polemica, non scrisse un articolo contro qualcuno. Fece quello che il giornalismo dovrebbe fare sempre: si pose una domanda: “Perché la Chiesa sembra avere paura di chiamare l’amore per quello che è, in tutte le sue forme?”. Una domanda rispettosa. Ma anche necessaria. Chi conosce Luca sa quanto quella riflessione fosse autentica: un ragazzo cresciuto in oratorio con addosso la divisa scout, credente, profondamente legato ai valori del Vangelo. Proprio per questo quelle parole lo ferirono. Non vedeva un conflitto tra fede e verità. Vedeva due uomini che si erano amati per una vita e che, nel giorno del loro ultimo saluto, sembravano costretti ancora una volta a lasciare il proprio amore sulla soglia della chiesa.

Quel pezzo fece discutere ben oltre Novara. Perché Mario e Gianni erano conosciuti in tutto il mondo, ma soprattutto perché quella domanda riguardava tutte e tutti: da una parte chi riteneva intoccabile il linguaggio della tradizione; dall’altra chi chiedeva che anche la Chiesa trovasse il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.

Luca non scelse una tifoseria. Scelse il giornalismo. E il giornalismo, quando è fatto bene, non costruisce barricate, apre riflessioni. Forse è questo che la giuria del Premio Cristiana Matano ha riconosciuto: la capacità, rara soprattutto in un giornalista così giovane, di trasformare una notizia in una riflessione civile senza mai perdere il rispetto. Di raccontare una tragedia senza indulgere nel dolore. Di parlare di diritti senza fare ideologia. Di ricordare che dietro ogni dibattito ci sono persone vere, vite vere, amori veri.

Come direttrice de La Voce di Novara sono orgogliosa tutti i giorni di Luca, oggi più che mai. Ma sono orgogliosa anche della redazione che ogni giorno lavora con noi. Perché i giornali non si misurano soltanto dal numero di notizie che pubblicano. Si misurano dal coraggio di affrontare i temi difficili, dalla libertà di fare domande scomode, dalla sensibilità con cui scelgono le parole.

Questo premio porta il nome di Luca Galuppini. È giusto che sia così. Se l’è meritato. Ma, in fondo, parla anche di ciò che vorremmo continuare a essere come La Voce di Novara: un luogo dove la cronaca non si limita a raccontare i fatti, ma prova a comprenderli. Dove il dolore viene trattato con rispetto. Dove l’umanità viene prima del rumore.

Perché, a volte, il giornalismo più bello nasce proprio così: da una domanda che qualcuno aveva paura di fare. E da un ragazzo di ventisei anni che ha avuto il coraggio di scriverla.

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Immagine di Cecilia Colli

Cecilia Colli

Novarese, giornalista professionista, ha lavorato per settimanali e tv. A La Voce di Novara ha il ruolo di direttore