Dalle Officine Grafiche al cotonificio Olcese: le fabbriche perdute e il futuro incerto di Radici Chimica

Prima la cassa integrazione, poi i tentativi di riorganizzazione, la ricerca di nuovi investitori e le trattative per salvare i posti di lavoro. Nel Novarese è un percorso che ha accompagnato diverse crisi industriali, in alcuni casi fino alla chiusura degli stabilimenti. È anche per questo che la vertenza Radici Chimica richiama una preoccupazione che va oltre il numero degli esuberi: capire se, dietro un piano di ristrutturazione, ci siano le condizioni per continuare a produrre.

Per lo stabilimento passato sotto il controllo di Lone Star, i sindacati chiedono garanzie su investimenti, attività e occupazione. Il piano presentato il 12 ottobre, con ipotesi legate a data center, logistica e rilancio delle produzioni chimiche, è stato giudicato ancora troppo incerto. La questione è quanto di quel futuro sia già sostenuto da impegni concreti e quanto dipenda da operazioni ancora da realizzare.

Il precedente delle Officine Grafiche De Agostini aiuta a comprendere questa diffidenza. I settori e le condizioni di mercato sono diversi, ma nella memoria industriale della città resta una vicenda nella quale passaggi di proprietà e successive riorganizzazioni non riuscirono a garantire la continuità produttiva.

Le difficoltà delle Officine venivano da lontano. Già negli anni Ottanta erano cominciati ridimensionamenti e interventi sull’occupazione. A pesare, nel tempo, fu anche la trasformazione del mercato: enciclopedie, atlanti e grandi opere cartacee persero progressivamente spazio, mentre il digitale modificava il modo di cercare e utilizzare le informazioni. Era il mercato sul quale lo stabilimento novarese aveva costruito una parte importante della propria attività.

Tra la fine del 2012 e il 2013 arrivò il passaggio nell’orbita di Tim Management, specializzata nelle ristrutturazioni aziendali. Nel 2014 venne annunciato il trasferimento delle lavorazioni di stampa a Cinisello Balsamo: il piano prevedeva 35 trasferimenti e la cassa integrazione straordinaria per 93 dipendenti.

La produzione novarese cessò nel marzo 2015. Non si concretizzò neppure l’ipotesi di acquisizione da parte di Caleidograph, che avrebbe assorbito una parte limitata dell’organico. Nell’autunno 2016, per circa 130 lavoratori, si avvicinava anche la scadenza della cassa integrazione, fissata a marzo 2017. La vertenza era ormai concentrata sulle tutele e sulla ricerca di un’altra occupazione.

Le Officine non furono l’unica perdita. Il cotonificio Olcese, nato alla fine dell’Ottocento come Manifattura Tosi, aveva rappresentato un altro pezzo della Novara industriale. Nel 1999 gli ultimi 183 dipendenti entrarono in cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione. Lo stabilimento non tornò a produrre. Alla vicenda occupazionale seguì quella di una grande area dismessa nel quartiere di Sant’Agabio, rimasta per decenni uno dei simboli dell’abbandono industriale cittadino.

Nell’alto Novarese, un passaggio altrettanto pesante fu la chiusura della Bemberg di Gozzano nel 2009. L’industria delle fibre tessili, che nei decenni precedenti aveva occupato migliaia di persone, lasciò un’eredità fatta di posti di lavoro perduti e problemi ambientali risolti dopo anni di bonifiche. Anche in quel caso la fine della produzione aprì una lunga questione sul destino degli impianti e dell’area.

Diversa, ma altrettanto difficile per i dipendenti, la storia di M&Z Rubinetterie di Bolzano Novarese, fallita nel marzo 2020. La coincidenza con l’avvio dell’emergenza Covid aggravò le conseguenze della crisi: i 134 lavoratori indicati negli atti parlamentari rimasero senza stipendio e senza accesso immediato alle tutele. La loro condizione arrivò in Parlamento, mostrando quanto anche i tempi e le regole degli ammortizzatori possano incidere sulla vita delle persone coinvolte in un fallimento.

La vicenda più recente è quella della Cartiera di Momo. Nell’estate 2026, dopo circa sessant’anni di attività, è emersa la prospettiva della chiusura, con circa ottanta posti di lavoro coinvolti e la richiesta di cassa integrazione straordinaria per cessazione fino al 31 dicembre. Un’altra crisi nella quale il sostegno al reddito accompagna la fine della produzione, mentre resta da costruire un’alternativa occupazionale.

Non tutte le difficoltà industriali hanno però avuto questo esito. Sempre a Momo, Schaeffler è stata investita dalle preoccupazioni per la crisi dell’automotive e per il piano di riduzione del personale annunciato dal gruppo nel 2024. Nel confronto di novembre di quell’anno, la direzione aveva escluso la chiusura dello stabilimento, pur senza assumere impegni definitivi sul futuro. È una situazione da distinguere da quella delle aziende che hanno cessato l’attività.

Queste storie non bastano, da sole, a misurare l’andamento dell’intera manifattura novarese. Raccontano però la scomparsa di produzioni, professionalità e luoghi che avevano dato lavoro a generazioni di famiglie. E spiegano perché, davanti a Radici Chimica, la richiesta di un piano industriale verificabile abbia un peso preciso.

Lo stabilimento è ancora attivo e la vertenza resta aperta. Il punto è sapere quali produzioni potranno sostenerlo, con quali risorse e con quanti lavoratori. È su queste risposte che si potrà valutare la possibilità di evitare un’altra chiusura.

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Immagine di Cecilia Colli

Cecilia Colli

Novarese, giornalista professionista, ha lavorato per settimanali e tv. A La Voce di Novara ha il ruolo di direttore