Quella giusta inquietudine dei giovani 

Al netto delle violenze, inaccettabili e ingiustificabili, di vecchi e nuovi gruppi anarchici, la protesta studentesca in Francia non accenna a fermarsi.

Scopriamo così che anche nel resto d’Europa esistono scuole in condizioni persino peggiori di quelle italiane, tra tetti che cadono a pezzi e carenza di insegnanti supplenti.

Questa settimana scioperi e manifestazioni studentesche prenderanno il via anche in Italia. L’auspicio è che si svolgano senza violenze, ma anche senza eccessi di autoritarismo da parte dei presidi, o dirigenti scolastici, come si chiamano oggi.

Da qualche giorno, intanto, anche nelle scuole albanesi sembra soffiare un vento di protesta di ispirazione francese. In Germania, invece, la mobilitazione degli studenti si concentra soprattutto contro il ripristino delle visite mediche per la leva, abolite in passato, e delle cartoline precetto, considerate il primo passo verso il ritorno del servizio militare obbligatorio.

È certamente troppo presto per parlare di un nuovo Sessantotto, anche se nelle contestazioni dei giovani europei si intravede un terreno comune.

Alle rivendicazioni più concrete, come la protesta contro i tagli alla spesa per l’istruzione da parte di governi alle prese con un nuovo shock petrolifero, o contro il caro casa che colpisce gli studenti fuori sede da Roma a Berlino, si accompagna infatti una crisi più profonda, morale e di valori.

A pesare è soprattutto lo spettro della guerra, che non è più soltanto una minaccia lontana, confinata al Medio Oriente, ma una realtà che attraversa il continente europeo con il conflitto in Ucraina, di cui non si intravede ancora una conclusione.

I giovani europei, una minoranza sempre più esigua in un continente segnato dal declino demografico, si trovano così a fare i conti con un futuro carico di incognite. C’è il cambiamento climatico, verso il quale mostrano una sensibilità spesso maggiore rispetto alle generazioni precedenti. C’è l’intelligenza artificiale, con i suoi effetti ancora difficili da prevedere sul lavoro intellettuale e sulle professioni di domani. E c’è, soprattutto, la crescente difficoltà ad accettare le contraddizioni e le incoerenze delle generazioni dei genitori e dei nonni, che hanno costruito il mondo nel quale oggi i più giovani sono chiamati a trovare il proprio posto.

È un intreccio di ansie, inquietudini e domande sul futuro che non può essere liquidato come una semplice ribellione generazionale.

Pensare di rispondere a questo disagio soltanto con richiami all’ordine, appelli moralistici e prediche sull’importanza di lavorare, studiare e stare buoni sarebbe non soltanto insufficiente, ma anche profondamente miope.

Perché, prima di chiedere ai giovani di stare calmi, bisognerebbe forse provare ad ascoltare le ragioni per cui non lo sono.

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Immagine di Pier Luigi Tolardo

Pier Luigi Tolardo

54 anni, novarese da sempre, passioni: politica, scrittura. Blogger dal 2001.