Un terreno di Paruzzaro, trasformato secondo gli investigatori in una discarica abusiva per migliaia di tonnellate di rifiuti provenienti da cantieri del Novarese e del Verbano-Cusio-Ossola, è al centro dell’operazione “Terre Pulite”, che ha portato all’arresto di otto persone. Tra queste c’è anche un cinquantenne residente a Meina, ritenuto dagli inquirenti il principale promotore dell’organizzazione e gravemente indiziato di collegamenti con la ‘ndrangheta.
L’indagine, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Torino e condotta dai Carabinieri del Nucleo Investigativo e del Gruppo Forestale di Verbania, ipotizza a vario titolo reati che vanno dall’estorsione aggravata con metodo mafioso al traffico illecito di rifiuti, dall’usura all’intestazione fittizia di società, fino alla detenzione illegale di armi. Per tutti gli indagati vale il principio della presunzione di innocenza fino a eventuale condanna definitiva.
L’inchiesta, sviluppata tra il gennaio 2023 e il febbraio 2025 attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali, analisi dei tabulati e servizi di osservazione, è nata dall’analisi della gestione delle terre e rocce da scavo provenienti da un cantiere di Verbania, facendo emergere quello che gli investigatori ritengono essere un articolato sistema di gestione illecita dei rifiuti attivo tra le province del Verbano-Cusio-Ossola e di Novara.
Secondo l’ipotesi investigativa, il cinquantenne di Meina avrebbe avuto collegamenti con la cosca di ‘ndrangheta Morabito-Palamara-Bruzzaniti, originaria di Africo ma con ramificazioni nel Nord Italia, e con soggetti vicini alla cosca Iamonte. Gli investigatori ritengono che facesse ricorso al metodo mafioso per risolvere controversie e imporre la propria volontà sul territorio, creando un clima di intimidazione e omertà.
La discarica abusiva di Paruzzaro
Fulcro dell’attività sarebbe stato proprio un terreno di Paruzzaro, storicamente destinato ad area industriale, dove sarebbero stati smaltiti illegalmente ingenti quantitativi di rifiuti provenienti da numerosi cantieri edili del Novarese e del Vco. Il sistema, secondo gli investigatori, garantiva un doppio guadagno: da una parte lo smaltimento avveniva con costi inferiori del 40-50% rispetto ai prezzi di mercato grazie all’interramento dei materiali; dall’altra la stessa “terra-rifiuto” veniva successivamente rivenduta come materiale inerte da reimpiegare nei cantieri. Tutti i proventi sarebbero stati incassati in nero.
Per far apparire regolare l’attività sarebbero stati utilizzati sistematicamente formulari identificativi dei rifiuti e documenti di trasporto falsi. Le aziende riconducibili agli indagati avrebbero smaltito illecitamente circa 12 mila tonnellate di rifiuti inerti e oltre 500 tonnellate di terre contaminate da idrocarburi e Ipa, sostanze considerate potenzialmente tossiche e cancerogene. Il risparmio illecito sui costi di smaltimento è stato stimato in circa 300 mila euro, ai quali si aggiungerebbe un’evasione dell’ecotassa regionale di ulteriori 350 mila euro. Inoltre il materiale, pur classificato formalmente come rifiuto e senza essere sottoposto alle necessarie analisi chimiche, sarebbe stato rivenduto a terzi.
Secondo gli investigatori, il traffico illecito veniva gestito attraverso alcune società formalmente intestate a prestanome ma riconducibili al principale indagato. Le risorse economiche sarebbero poi confluite in una holding con sede legale a Milano, anch’essa intestata a prestanome, per essere infine trasferite a una società svizzera.
Le presunte vittime nel Novarese
L’inchiesta coinvolge direttamente il territorio novarese anche per altri due episodi.
Il primo riguarda una presunta estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni di un imprenditore novarese. Secondo la Dda, l’obiettivo era acquisire indirettamente il controllo della sua azienda, imponendogli anche l’assunzione a tempo indeterminato di un tecnico della gestione finanziaria indicato dagli indagati. Tra le condotte contestate figura inoltre la presunta imposizione all’imprenditore di farsi carico di un debito da 1,3 milioni di euro contratto da uno degli arrestati per acquistare la villa con piscina nella quale abitava.
Il secondo episodio riguarda invece un ristoratore dell’Aronese, che si sarebbe rivolto agli indagati per ottenere un prestito di 25 mila euro necessario a effettuare lavori urgenti di ristrutturazione del proprio locale. In sei mesi avrebbe dovuto restituire 30 mila euro, con un tasso d’interesse che gli investigatori qualificano come usuraio, pari al 34%.
Nel corso dell’operazione, alla quale hanno partecipato circa 80 carabinieri provenienti dai comandi di Verbania, Torino e Novara, con il supporto del Nucleo Cinofili, del 32° Reggimento Genio Guastatori e del 2° Nucleo Elicotteri di Orio al Serio, è stato inoltre disposto il sequestro preventivo di quattro società riconducibili agli indagati e del terreno di Paruzzaro, ritenuto uno dei principali luoghi di smaltimento illecito. Gli arrestati sono stati trasferiti negli istituti penitenziari di Verbania, Torino, Novara, Vercelli e Biella.








