L’ombra dei ponteggi che avvolgono l’ossario della battaglia della Bicocca non ha oscurato l’importanza della memoria, ma ha offerto la cornice a una mattinata di celebrazioni che, tra discorsi istituzionali e lezioni di storia, non ha mancato di regalare qualche spunto di riflessione di più ampio respiro. Questa mattina, Novara si è fermata per commemorare l’anniversario della storica Battaglia della Bicocca del 23 marzo 1849. Un momento per ricordare i caduti, certo, ma anche per fare il punto sui lavori di recupero del monumento e sui valori fondanti dell’unità d’Italia. Valori che, a seconda di chi impugna il microfono, possono assumere sfumature decisamente diverse.
La scintilla dell’Unità e i lavori in corso
A fare gli onori di casa è stato il vicesindaco di Novara, Ivan De Grandis, che ha voluto subito sgombrare il campo dalla retorica polverosa: «Questa non è solo una pagina ingiallita, ma il simbolo di un momento storico importante. Sul nostro territorio passa una pagina di storia ad alta voce che ha visto il sangue di tanti che hanno combattuto per difendere la propria terra. Proprio da qui è partita la scintilla dell’unità nazionale». Una nazione, ha ricordato De Grandis, che non è solo il frutto del sacrificio passato, ma «ciò che continua a essere con l’impegno di molti». Il vicesindaco ha poi rivolto lo sguardo all’impalcatura che abbraccia l’ossario: «I lavori inizieranno grazie all’accordo con Confartigianato. Questo testimonia l’importanza di lavorare insieme per la propria comunità e raggiungere risultati importanti».
Un concetto di territorio come teatro della grande storia ripreso anche dal presidente della Provincia, Marco Caccia. «Oggi non facciamo solo memoria di tutti i caduti, ma ricordiamo chi ha difeso le proprie case», ha sottolineato Caccia. «Quella del 1849 fu una sconfitta, ma rappresentò l’inizio di un percorso importantissimo: già la sera stessa, con l’abdicazione di Carlo Alberto, si avviò il cammino che portò nel 1861 all’unificazione. Novara, il novarese e il costone del Ticino sono stati il vero teatro della storia d’Italia».
La retorica nazionalista di Paola Chiesa
A scaldare gli animi dal punto di vista ideologico ci ha pensato l’intervento di Paola Chiesa, deputata di Fratelli d’Italia e membro della commissione Difesa della Camera. Un personaggio controverso finito più volte al centro della polemica in seguito ad alcune esternazioni pubbliche riguardanti il Ventennio.
La parlamentare si è lanciata in un’orazione dai toni spiccatamente marziali: «Questa è una storia di onore e di gloria, scritta da uomini che nel nome del sacro dovere sacrificarono tutto». Spingendo sull’acceleratore della retorica, ha poi aggiunto: «Cos’è la patria? È la terra dei padri ed è quindi una madre che non dimentica mai i figli caduti nelle guerre. Sono convinta che celebrare il 23 marzo serva a riannodare il dialogo tra generazioni e a rafforzare la comune memoria storica, senza la quale una comunità non può dirsi tale».
La mediazione di Cirri: la vera libertà contro il dispotismo
A riportare il dibattito sui binari della correttezza storica, ci ha pensato l’intervento di Paolo Cirri. Il presidente dell’associazioni Amici del parco della battaglia ha innanzitutto fatto il punto tecnico sui restauri: «Il monumento è stato rifatto e ripulito con una tecnica particolare. Speriamo di riuscire a intervenire anche sugli altri lati e all’interno: è un atto dovuto al rispetto che dobbiamo portare ai caduti e ai combattenti che hanno subito le conseguenze di questa battaglia».
Ma è sul piano dei valori che Cirri ha offerto la mediazione più preziosa, disinnescando la retorica puramente militarista e sciovinista ascoltata poco prima. «I valori di indipendenza e libertà – ha puntualizzato lo storico – non vanno declinati solamente contro lo straniero, ma anche all’interno. Significano non dipendenza dal dispotismo e libertà dei cittadini». Un richiamo forte alle radici democratiche del nostro Paese: «Ricordo sempre – ha concluso Cirri – che il Piemonte era l’unico Stato costituzionale rimasto dopo le vicende del ’48 e ’49, un luogo dove il governo era il governo della legge e non un potere assoluto». Una lezione magistrale: il Risorgimento non fu solo scontro armato per i sacri confini, ma la vittoria dello Stato contro l’assolutismo.







