Il sussurro del “ras” e l’inganno della cadrega: a Novara la politica è una questione di poltrone

«Facciamogli l’inganno della cadrega», così si apre uno degli sketch più famosi del trio Aldo, Giovanni e Giacomo che potrebbe essere una sintesi perfetta della seduta di consiglio comunale di questa mattina, 29 maggio. Il ritardo accumulato in avvio di seduta non è stato un vezzo, ma il palcoscenico su cui si è consumata una delicatissima crisi di posizionamento. Maurizio Nieli, Michele Ragno e Mauro Gigantino, i tre consiglieri neovannacciani (ex Fdi) formalmente ancora accasati nel tepore della maggioranza, hanno incrociato le braccia a causa della disposizione geografica dei posti a sedere giudicata, per usare un eufemismo, poco lusinghiera.

L’ombra del demiurgo e la ribellione

Ma la scena madre della mattinata non è stato l’ammutinamento in sé, quanto l’identikit del mandante. I tre consiglieri hanno evocato l’intervento di un non meglio precisato «ras della cadrega». Un’entità superiore, un demiurgo invisibile che avrebbe mosso le pedine di Palazzo Cabrino a suo piacimento. Certo, non sono stati fatti nomi, ma nei corridoi il pensiero è volato con una certa naturalezza verso le alte sfere di Fratelli d’Italia, puntando i riflettori sull’ingombrante silhouette del dominus Gaetano Nastri, sospettato di aver architettato la geografia dell’aula come sulla tavola del Risiko.

Per evitare che l’incidente diplomatico si trasformasse in una crisi di nervi collettiva, il sindaco Alessandro Canelli ha dovuto sfoderare doti da navigato wedding planner, ridisegnando i tavoli all’ultimo minuto. Ne è scaturita una rumba silenziosa e carica di tensione agonistica.

Il valzer delle poltrone e l’esule in patria

Alcuni esponenti di Fratelli d’Italia sono stati cortesemente invitati a traslocare nelle file superiori. Il capogruppo meloniano Franco Caressa ha letteralmente preso possesso del vecchio scranno dell’ex capogruppo Ragno, permettendo ai tre alfieri di Alleanza Novarese di riavvicinarsi e fare quadrato. Ma la termodinamica della politica insegna che nulla si crea e nulla si distrugge, si sposta soltanto. E a fare le spese di questo riassetto, l’agnello sacrificale è stato Umberto Piscitelli.

Per garantire una comoda sistemazione alla neo-sorella d’Italia Francesca Ricca, Piscitelli è stato sradicato dal suo habitat naturale e spedito nell’estremo lembo dell’emisfero destro, confinato in una gelida e pericolosa vicinanza con i banchi delle opposizioni. Un esilio siberiano che il malcapitato non ha mancato di far notare, recriminando il suo nuovo status di esule in patria.

Tutto è bene quel che finisce bene, insomma. I lavori sono potuti ripartire, le sedie hanno trovato i loro legittimi e agguerriti proprietari e la democrazia è stata salvata. Rimane solo un amletico dubbio: se questo è l’impegno profuso per decidere dove sedersi, è legittimo chiedersi quali saranno le battaglie campali quando si tratterà di decidere cosa fare una volta seduti.

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Immagine di Luca Galuppini

Luca Galuppini

25 anni, laureato con lode in Politics, Philosophy and Public Affairs all'Università degli Studi di Milano, lavora come addetto stampa.