«Aumentano le tasse, si abbassano i salari, rimangono solo le basi militari». E poi giù, a squarciare il torpore del venerdì mattina novarese: «Nessuna guerra, nessun soldato, fuori dalla guerra, fuori dalla Nato». Erano circa cinquecento, compatti, rumorosi e giovanissimi. Hanno risposto alla chiamata dello sciopero generale indetto dall’USB, riversandosi per le vie del centro per urlare un dissenso che mescola il diritto allo studio, il rifiuto dell’escalation bellica e la rabbia contro l’onnipotenza delle multinazionali.
Eppure, la vera immagine di questa mattinata di mobilitazione non è stato solo il corteo pieno di striscioni, ma il contrasto stridente tra i pregiudizi della vigilia e la realtà della manifestazione. Alla vigilia della manifestazione, come spesso accade quando i giovani scendono in strada, serpeggiava il consueto,latente timore dei “disordini”. La sindrome della vetrina rotta, il fantasma dell’infiltrazione violenta, la paura di dover abbassare le serrande per proteggere la merce.
Nulla di tutto questo è accaduto. La manifestazione è scivolata via in modo assolutamente pacifico. Questa generazione,spesso etichettata sbrigativamente come apatica o, all’opposto, come mina vagante, ha impartito una silente lezione di civiltà: non serve la violenza per dimostrare che il sistema è guasto. Ma c’è un dettaglio in più, ed è il più crudele. I ragazzi non hanno rotto alcuna vetrina, semplicemente perché hanno sfilato in un centro fatto di vetrine inesorabilmente chiuse.
La paura del commerciante di vedersi sfasciare il negozio si è scontrata con una realtà ben più desolante: i vetri sono intatti, ma al di là delle vetrine non c’è più nulla da difendere. I giovani hanno marciato accanto a decine di cartelli con su scritto “affittasi”, tra saracinesche abbassate non per il timore del corteo, ma per la scure della crisi, del carovita, degli affitti insostenibili e di quel commercio globale contro cui gli stessi studenti stavano puntando il dito.
È l’immagine perfetta di una città che cambia: si teme l’onda d’urto della piazza, ma il vero colpo mortale al commercio locale lo hanno già inferto proprio quelle dinamiche economiche globali contro cui gli studenti stavano sfilando. L’inflazione, il potere d’acquisto eroso, la concorrenza delle grandi piattaforme di e-commerce e dei centri commerciali: è questo il vero “black bloc” che ha svuotato i negozi del centro cittadino.
I ragazzi e le ragazze in piazza oggi, sfilando pacificamente tra le vie del centro, hanno impartito una doppia lezione. La prima, di civiltà, rinunciando a qualsiasi scontro. La seconda, di spietata lucidità: non serve rompere le vetrine per dimostrare che il sistema è in crisi, basta guardare cosa (non) c’è al loro interno.








