Trecento posti disponibili e soltanto 288 domande. Nonostante una carenza stimata di circa 685 medici di famiglia e la campagna pubblicitaria “Il Piemonte ha bisogno di te”, il Piemonte è l’unica Regione italiana a statuto ordinario nella quale le candidature al Corso di formazione specifica in medicina generale 2026-2029 non sono sufficienti neppure a coprire i posti messi a bando.
È quanto emerge dai dati del concorso regionale, le cui iscrizioni si sono chiuse il 27 luglio. La prova di ammissione è fissata per il 21 ottobre. Già in partenza, dunque, restano potenzialmente scoperti 12 dei 300 posti disponibili.
Una situazione in controtendenza rispetto al resto d’Italia, dove sono state presentate complessivamente 5.965 domande per 2.651 posti: più di due candidature per ogni borsa. L’unica altra realtà con un numero di domande inferiore ai posti è la Provincia autonoma di Bolzano, con 13 candidati per 30 disponibilità, mentre la Valle d’Aosta registra una perfetta corrispondenza, dieci su dieci.
Il confronto con le altre Regioni è netto. La Lombardia ha raccolto 642 domande per 481 posti, il Veneto 400 per 191, l’Emilia-Romagna 625 per 185, il Lazio 600 per 200, la Toscana 357 per 200, la Liguria 140 per 65 e la Campania 1.080 per 240. Il Piemonte resta invece sotto quota, nonostante abbia quasi raddoppiato i posti rispetto ai 170 dell’edizione precedente.
Sul problema era intervenuta anche la Fimmg, la Federazione italiana dei medici di medicina generale, che aveva sostenuto la campagna per rilanciare l’attrattività della professione. «Per troppo tempo il medico di famiglia è stato descritto come un professionista che lavora da solo nel proprio ambulatorio, impegnato soprattutto tra ricette e pratiche amministrative – aveva dichiarato il segretario provinciale Savio Fornara –. Oggi la realtà è profondamente cambiata e continua a evolversi. La medicina generale è una professione clinica, complessa e ricca di responsabilità, che richiede competenze mediche, capacità di ascolto e una presa in carico globale della persona».
I numeri delle domande, inoltre, non corrisponderanno necessariamente a quelli dei partecipanti effettivi. Nel 2025, per 170 posti erano state presentate 187 candidature, ma soltanto 60 medici si erano poi presentati alla prova e appena 55 erano entrati in aula. La Fimmg Piemonte stima possibili abbandoni compresi tra il 30 e il 60% prima del test, ai quali potrebbe aggiungersi un’ulteriore riduzione durante il primo anno del corso.
Sul dato attaccano i consiglieri regionali del Partito Democratico Domenico Rossi e Daniele Valle: «Non basta acquistare qualche spazio pubblicitario e lanciare lo slogan “Il Piemonte ha bisogno di te” per convincere i giovani medici a costruire qui il proprio futuro. La campagna regionale non è riuscita neppure a raccogliere una candidatura per ciascun posto disponibile».
Secondo i due esponenti dell’opposizione, il risultato non può essere spiegato semplicemente con una carenza generale di giovani medici: «In Italia le candidature sono più del doppio dei posti disponibili e in molte Regioni la domanda è tre o quattro volte superiore all’offerta. Il problema è che il Piemonte non riesce ad attrarli».
Il valore ordinario delle borse è stabilito nell’ambito del percorso nazionale e non basta, quindi, a spiegare le forti differenze territoriali. A incidere sulla scelta dei giovani possono essere anche l’organizzazione della medicina territoriale, le prospettive professionali, il peso degli adempimenti burocratici, l’integrazione con le Case della comunità e i tempi del percorso formativo.
Rossi e Valle hanno già annunciato una richiesta formale di accesso ai dati e un’interrogazione alla giunta regionale.
«Riboldi deve spiegare perché il Piemonte non riesca a trattenere e attrarre i giovani professionisti – affermano ancora i due consiglieri -. Se emergesse che una parte significativa dei laureati piemontesi ha scelto di concorrere fuori regione, saremmo di fronte non soltanto a un’insufficienza di candidature, ma a una vera e propria fuga dal sistema sanitario piemontese. La medicina territoriale dovrebbe rappresentare uno dei pilastri della riorganizzazione sanitaria, anche in relazione all’apertura delle Case della comunità. Ma le strutture senza professionisti rischiano di rimanere soltanto contenitori. Non si costruisce una sanità di prossimità credibile senza medici di famiglia e non si attirano medici con gli slogan: servono programmazione, condizioni di lavoro sostenibili e una Regione capace di offrire una prospettiva professionale seria».








