Tic tac. L’orologio ticchetta inesorabile e abbiamo esattamente quattro anni per provare a invertire la rotta. Il verdetto dell’Emissions Gap Report 2026 dell’UNEP spazza via le ultime illusioni: l’opportunità di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C senza oltrepassare la soglia è ufficialmente e irrimediabilmente perduta. Le emissioni globali di gas serra si sono attestate a 58,4 gigatonnellate nel 2025, confermando una sostanziale stagnazione che allontana la prospettiva di una rapida e decisa inversione di tendenza. Mantenere l’attuale traiettoria condurrebbe a un catastrofico aumento delle temperature di 2,8°C entro il 2100. La piena attuazione degli impegni nazionali, dal canto suo, limerebbe questa proiezione solamente fino a 2,6°C.
Preso atto del fallimento del piano originario, la comunità scientifica internazionale ha tracciato una nuova linea di difesa, adottando il parametro del “lowest possible 1.5°C overshoot“, ovvero il minor superamento possibile della soglia. Questa strategia di emergenza prevede di accettare un picco di riscaldamento compreso tra 1,7°C e 1,8°C intorno alla metà del secolo, per poi tentare di forzare un ritorno delle temperature verso gli 1,5°C entro il 2100. Raggiungere questo obiettivo, tuttavia, richiede un’impresa industriale ed economica titanica in tempi strettissimi: tagliare le emissioni del 18% entro la fine di questo decennio, del 45% entro il 2035 e del 69% entro il 2040.
I freddi numeri delle Nazioni Unite si traducono in impatti diretti e tangibili, specialmente in un bacino idrografico e geografico complesso come quello in cui è incastonato il Novarese. La Pianura Padana è da tempo considerata un hotspot climatico, un’area dove il riscaldamento globale amplifica i propri effetti. Innalzare lo sguardo oltre le singole dinamiche di quartiere significa comprendere che l’aumento delle temperature (stimato da Arpa in circa 1,5 gradi a livello regionale negli ultimi quindici anni) sta già ridisegnando l’economia e la morfologia del nostro territorio. La sopravvivenza del comparto agricolo, e in primis della risicoltura, è appesa a un filo sempre più sottile, minacciata da crisi idriche strutturali del bacino del Sesia e del Ticino, alternate a precipitazioni di un’intensità tale da devastare i raccolti. La battaglia globale dell’Overshoot coincide, nei fatti, con la salvaguardia del nostro stesso ecosistema economico e ambientale.
Nel panorama dei principali inquinatori mondiali, l’Italia sconta le contraddizioni della recente instabilità geopolitica. Per far fronte allo shock delle forniture innescato dal conflitto in Medio Oriente nel 2026, il nostro Paese figura tra le nazioni che hanno scelto di adottare misure di emergenza che rischiano di rallentare la transizione, ritardando la chiusura delle proprie centrali a carbone.
A fornire un orizzonte di speranza sono gli stessi dati dell’UNEP, che certificano come l’azione climatica stia effettivamente trasformando l’economia in modi inaspettati. Rispetto alle proiezioni sulle politiche in vigore formulate nel 2015, la capacità elettrica da fonti rinnovabili ha registrato un incremento tre volte superiore alle attese. Un balzo trainato da un’esplosione del solare fotovoltaico, cresciuto sette volte più del previsto, e dell’eolico, superiore di 2,5 volte. Una rivoluzione tecnologica che ha contagiato in modo inarrestabile anche il settore dei trasporti, dove i veicoli elettrici hanno raggiunto la considerevole quota del 25% delle vendite globali di auto per passeggeri. L’inversione di rotta è tecnicamente possibile, ma l’orologio non concede più proroghe.








