Si è rinnovato in queste settimane di maggio il rito della gara e della festa popolare del Giro d’Italia. Seguire la fatica dei ciclisti consente di ammirare la bellezza senza tempo dei nostri paesaggi: raccontare il percorso tappa dopo tappa tra pianure assolate, capolavori artistici, borghi di pietra arroccati e cime impervie, che valgono un Gran Premio della Montagna, significa fare un viaggio nella cultura italiana.
Spesso il fascino della corsa rosa nasce dal contrasto tra la lentezza e il silenzio secolare dei paesi attraversati e la velocità effimera dei corridori.
Anche Franco Arminio, che ama definirsi paesologo, viaggia alla ricerca delle meraviglie paesaggistiche del nostro Paese, invitandoci a rallentare, a prestare più attenzione a ciò che ci circonda e a noi stessi, a saper guardare luoghi e coltivare relazioni, valorizzando anche le tappe più faticose.
Nelle tappe di pianura la gara
entra nel vivo solo sul finire.
Attraverso le città, i paesi,
antiche piazze, strette vie, larghe
sbiadite strade di periferia,
a volte guardo gli alberi, le rose,
i palazzi, il fumo, insegne e vetrine,
le donne, i laghi, i fiumi in agonia,
il grano e gli orti, i morsi alle colline.
Mi piace restare indietro, in attesa,
fare tranquillamente colazione,
restare in mezzo al gruppo per parlare,
sentire gli umori, le impressioni.
Davanti forse qualcosa si muove,
ma la strada è ancora molto lunga,
i gregari controllano le fughe.
(F. Arminio, Nelle tappe di pianura, in Atleti, Milano, 2022)








