Il caso della cosiddetta “psicosetta delle bestie” approda in Corte d’Appello a Torino. In questi giorni è arrivata la comunicazione che fissa per il 1° ottobre l’udienza fissata per esaminare i ricorsi presentati dalla procura di Novara e dai difensori delle parti civili contro la sentenza pronunciata nel gennaio dello scorso anno dall’Assise di Novara, che aveva prosciolto per prescrizione dall’associazione per delinquere o assolto dalle violenze la quasi totalità dei 26 imputati, con l’esclusione dell’aggravante della riduzione in schiavitù. Ha fatto appello anche il difensore dell’unica imputata condannata, B.M., 52 anni, all’epoca legata sentimentalmente al capo della presunta setta, detto il Dottore: ha rimediato 6 anni per una violenza sessuale di gruppo risalente al 2012.
Al centro del processo il gruppo scoperto nell’operazione Dioniso della polizia di Stato di Novara, conclusa nel luglio 2020 dopo la denuncia di una giovane oggi trentasettenne che era stata nella setta dall’età di 7 fino ai 23 anni, accompagnata da una parente. Una volta uscita aveva seguito un percorso psicologico e, dopo quasi un decennio, e con l’aiuto di un’associazione di Cuneo che aiuta le donne vittime di abusi, nel 2018 aveva deciso di raccontare la sua esperienza alle forze dell’ordine.
Ascoltando poi altre ragazze era stata ricostruita l’attività di una serie di persone per lo più residenti in Lombardia che, secondo l’accusa, reclutavano ragazze (l’adescamento delle ragazze avveniva in negozi, scuole di danza, studi di psicologia a Milano) per avviarle a orge e incontri di sesso, anche estremo e doloroso, incontri che avvenivano nei boschi del Ticino a Cerano, in un cascinale abitato dal Dottore, e in altre case fra Milano e le province di Pavia e Genova. Il capo, ritenuto una sorta di essere magico, era morto nelle more del giudizio all’età di 79 anni, mentre la sua principale collaboratrice, “mami” delle adepte, era stata riconosciuta incapace di stare in giudizio, e prosciolta.
Si attende ora l’Appello, in cui per le altre posizioni si chiede una rivalutazione della “riduzione in schiavitù”, che, se riconosciuta, allungherebbe i termini di prescrizione.








