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Il caso Piacenza

Nell’Arma dei Carabinieri, come in tutti i corpi di Polizia italiani, ci sono sempre stati e sempre ci saranno casi singoli di appartenenti che ad un certo punto commettono reati, a volte connessi strettamente al loro ruolo e altre volte estranei, per esempio l’omicidio di congiunti.

Il singolo individuo anche se responsabile del rispetto della legge vi si sottrae. Altra cosa, che sgomenta l’opinione pubblica, ed è certamente più grave, quando i Carabinieri usano il proprio ruolo per violare le leggi e arricchirsi e lo fanno in gruppo, lo stesso gruppo che sarebbe strutturato e finalizzato a reprimere chi viola le leggi.

 

 

Pensiamo al caso Marrazzo: quattro Carabinieri impegnati in servizio antidroga che scoprono che il Presidente della Regione è un consumatore di droga e ha rapporti con transessuali e lo ricattano estorcendo denaro al politico e lo avevano già fatto con altri cittadini facoltosi. Nonostante le vittime delle estorsioni non denuncino altri Carabinieri in servizio antidroga scoprono la trama e arrestano i loro colleghi con tutte le conseguenze del caso.

Altra cosa ancora è il caso Cucchi: Carabinieri che evidentemente hanno la mano pesante sugli arrestati sempre si accaniscono su un arrestato già debole e lo uccidono. Anziché ammettere le proprie colpe negano e depistano le indagini con la copertura dei propri superiori per diversi anni, finché altri Carabinieri sentono il dovere di coscienza di testimoniare contro di loro e si arriva ad una condanna dei colpevoli.

In questo caso la situazione degenera per la strumentalizzazione politica: alcuni politici di destra senza scrupoli morali difendono anche contro l’evidenza i picchiatori quasi ipotizzando un diritto delle forze dell’ordine ad andare oltre la legge anche nell’uso delle maniere forti. Questo scatena reazioni eccessive anche sulla sinistra riattizzando pregiudizi generalizzanti contro le forze dell’Ordine e i Carabinieri che si ritenevano ormai scomparsi.

Infine il caso Piacenza, il più inquietante, perché non si tratta come il caso Cucchi di una deviazione dal servizio ma comunque in servizio, ma della trasformazione radicale di una struttura finalizzata alla repressione dei reati da parte dello Stato , cioè di una Stazione dei Carabinieri, in una associazione a delinquere che senza alcuna remora compiva reati gravi.

Siamo oltre il singolo che delinque, oltre la deviazione dalle leggi, siamo di fronte ad una metaformosi che lascia attoniti. Da quel che sappiamo il maresciallo, pur non essendo parte della squadra criminale, era assolutamente indifferente, apatico, rassegnato a lasciar fare.

Ora, certamente si tratta di un caso limite e isolato nella sua estrema gravità ma fa pensare: se va in crisi il ruolo del comandante, la coscienza del suo ruolo e il suo puntuale e coerente esercizio, va in crisi tutta l’Arma e quindi lo Stato perché quello di cui stiamo parlando è lo Stato .

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