Un tema perfetto per la città perfetta per la curatrice perfetta. Un filo rosso, rosso passione, lega la Novara del 1860, dove il giovane liquorista Gaspare Campari, al Caffè dell’Amicizia, inventa una bevanda di uno strano rosso carminio destinata a diventare famosa in tutto il mondo nonché iconica protagonista del rito dell’aperitivo, alla Novara di oggi, alle sale del suo Castello e alle aziende internazionali del comparto dell’alta moda presenti sul territorio.
Grazie a Mets, ancora una volta, la città ospita una grande esposizione: quasi 90 opere straordinarie, provenienti da importanti collezioni pubbliche e private, per raccontare una storia che così nessuno aveva ancora raccontato, quella della società moderna attraverso la moda. Dipinti, abiti e complementi d’abbigliamento ripercorrono l’evoluzione del gusto e del costume, un aspetto non sempre valorizzato, ma fondamentale per comprendere la storia dell’arte italiana ed europea. Protagonisti non sono soltanto alcuni dei più importanti artisti dell’epoca, ma anche abili sarti, modiste visionarie, pionieristici couturier e sartorie internazionali.
La curatrice Elisabetta Chiodini e il comitato scientifico della mostra “Hayez, Boldini, Casorati. Moda e costume nella società moderna” ci accompagnano così dal 1800 alla metà degli anni Venti del Novecento, lungo un percorso nel quale l’eleganza delle forme, la ricercatezza dei dettagli e la creatività sartoriale raccontano una società in trasformazione, facendo della moda uno specchio del proprio tempo e un’autentica espressione d’arte.
Si parte, nella prima sezione, con l’evoluzione della moda femminile e maschile nei primi trent’anni dell’Ottocento, raccontata attraverso raffinati ritratti e scene di genere che restituiscono il gusto e le trasformazioni del costume dell’epoca. Dal modello neoclassico dell’abito femminile, con vita alta, linea diritta e impalpabili mussoline, di cui offrono una straordinaria testimonianza i celebri ritratti di Madame Pétiet con i figli e della contessa Francesca Ghirardi Lechi, entrambi di Andrea Appiani, si passa alle fogge più elaborate dei decenni successivi, con tuniche sovrapposte, corti spencer, velluti e rasi impreziositi da ricercate guarnizioni. Si arriva quindi all’affermazione del gusto romantico, con le gonne a campana, il ritorno del punto vita alla sua posizione naturale e le caratteristiche maniche à gigot, ampie e rigonfie, mentre la moda maschile, espressione della nascente società borghese, trova la propria cifra distintiva nel completo scuro, con pantaloni lunghi, giacca, panciotto e camicia, come emerge, ad esempio, dal ritratto di un giovane Francesco Hayez di Giuseppe Molteni.
Nella seconda sezione si entra nel vivo delle trasformazioni della moda femminile degli anni Quaranta e Cinquanta dell’Ottocento: scomparse le ampie maniche à gigot, la silhouette si modifica ulteriormente, con il punto vita sempre più sottile e le gonne che acquistano volume, arricchendosi di balze, gale e volant. Sono gli anni delle crinoline, prima realizzate con sottogonne rigide e poi sostituite dalla più leggera struttura a cerchi metallici, brevettata nel 1856 da Auguste Parson, che permette di raggiungere ampiezze sempre più ardite, a discapito della libertà di movimento ma a evidente testimonianza dello status sociale di chi le indossa. Protagonisti della sezione due pregevoli ritratti di Hayez, quello della cantante Matilde Juva Branca e quello della contessa di origini novaresi Antonietta Tarsis Basilico, entrambi del 1851, nei quali la raffinatezza dell’abbigliamento diventa espressione del gusto e delle convenzioni sociali del tempo, mentre l’aspetto fisico delle due giovani donne rispecchia i canoni di bellezza dell’epoca.
Gli anni Sessanta del XIX secolo dominano la terza sezione, in cui ritratti e scene di genere testimoniano la rapida trasformazione della silhouette femminile. Raggiunta la massima ampiezza delle gonne nei primi anni del decennio, la moda conosce, a partire dal 1865, una significativa evoluzione grazie all’estro creativo di Charles Frederick Worth, considerato il primo “couturier” della storia, che interviene sulla struttura della crinolina, riducendone il volume frontalmente e concentrandolo sul retro, aprendo così la strada a nuove fogge e proporzioni. Tra le opere in sala spiccano il delicato “Tra i fiori del giardino” e il malinconico “Lettura romantica” di Silvestro Lega, il raffinato “Ritratto della contessa Carlotta Aloisi Papudoff” di Giovanni Boldini e l’intimo “La prova della lezione” di Bernardino Pasta. A documentare l’evoluzione del gusto, ecco due preziosi abiti femminili di manifattura italiana, databili rispettivamente al 1865-1867 e al 1867, provenienti dalle collezioni milanesi di Palazzo Morando: particolarmente suggestivo il due pezzi nero e blu, con il contrasto cromatico tra il luminoso taffetas e le ricche decorazioni in velluto nero, espressione di una ricercatezza sartoriale che trasforma l’abito in un autentico oggetto d’arte, mentre l’abito da ballo in taffetas moiré color caramello, con gonna ampia e strascico, evoca echi fiabeschi di storie romantiche.
La sezione successiva conduce negli anni Settanta dell’Ottocento: la mezza crinolina, già ridimensionata, lascia progressivamente spazio alla tournure, detta anche “sellino” o “cul de Paris”, una sottostruttura che sostiene il volume della gonna esclusivamente sul retro. Alle ampiezze mirabolanti dei decenni precedenti, ottenute attraverso l’impiego di metri e metri di tessuto, si sostituiscono elaborati drappeggi, impreziositi da nastri, passamanerie e raffinati merletti, che continuano a testimoniare il gusto e lo status sociale delle signore. Sul finire del decennio le forme tornano ad assottigliarsi, con giacche aderenti, allungate fin sotto i fianchi e chiuse da fitte file di bottoncini, a sottolineare la ritrovata verticalità della figura. Con un unico colpo d’occhio, la sala permette di passare dalle atmosfere borghesi di “Un dramma domestico” di Domenico Induno all’eleganza mondana de “Alle corse dei cavalli” di De Nittis, fino alla vivacità delle scene di vita quotidiana di Favretto e ai campi fioriti intorno a Londra, ancora di De Nittis.
A chiudere idealmente il percorso, il suggestivo “Una bella giornata” di Bazzaro, che immortala una scena di matrimonio nella cornice di Villa Panza a Biumo, sulle alture di Varese, tra eleganti abiti da cerimonia e atmosfere festose. La dimora, oggi affidata al FAI e sede di una prestigiosa collezione d’arte contemporanea, diventa così lo scenario di una vivace testimonianza del costume e della vita sociale dell’epoca, in un affascinante intreccio tra pittura, moda e storia del territorio.
Gli anni Ottanta dell’Ottocento, con il ritorno a una silhouette femminile dalle forme più elaborate, dominano la quinta sezione: a partire dal 1881 la tournure torna progressivamente ad accentuarsi, mentre sul finire del decennio le gonne si semplificano, i drappeggi si appiattiscono e il busto comincia ad ampliarsi sulle spalle, preannunciando la caratteristica linea “a petto di piccione” tipica della moda di fine secolo. Tra le opere in sala spiccano il raffinato “Ritratto della signora Pisani Dossi” di Daniele Ranzoni (1880) e gli straordinari pastelli di De Nittis, tra i quali il monumentale “Fiori d’autunno” (1883-1884), che ritrae l’elegante Léontine, moglie del pittore. Ed è proprio il suo abito a suggerire uno dei più affascinanti confronti della mostra: accanto al dipinto è infatti esposto un prezioso abito da giorno in due pezzi, databile al 1883 circa, firmato dalla sartoria milanese di Marianna Cantelli, realizzato in velluto cesellato e impreziosito da un ampio drappeggio in faille viola sui fianchi, la cui foggia richiama sorprendentemente quella indossata dalla signora De Nittis. Un abito che porta con sé anche una storia: lo indossò Costanza Adamoli Gibbs, moglie di Giulio Adamoli, patriota del Risorgimento italiano.
Il percorso prosegue con Cesare Tallone, protagonista della ritrattistica lombarda di fine Ottocento, e il suo imponente “Ritratto di Guglielmo Davoglio” (1887), nel quale penetrazione psicologica e attenzione alla rappresentazione sociale si fondono con grande efficacia. A completare la sezione, due ventagli pieghevoli di manifattura francese, databili rispettivamente al 1880 e al 1881, appartenuti a Léontine: il primo decorato con scene di gusto giapponese, testimonianza del fascino esercitato dall’arte orientale sulla cultura europea del secondo Ottocento, il secondo con la raffigurazione del villino della coppia, affettuosa memoria di un luogo della loro vita privata. Due piccoli gioielli che, tra suggestioni esotiche e ricordi familiari, restituiscono un frammento della quotidianità dei De Nittis, intrecciando arte, moda e vita vissuta.
Nella sesta sezione sono protagonisti gli anni Novanta dell’Ottocento, con il progressivo affermarsi di una rinnovata silhouette femminile: a dominare la scena troviamo le maniche, che assumono proporzioni sempre più ardite fino a diventare l’elemento distintivo della moda del decennio. Mentre le gonne si semplificano, aprendosi a campana, e il punto vita si assottiglia ulteriormente, le maniche acquistano volumi sempre più ampi, disegnando una figura dalle proporzioni accentuate e dal gusto spiccatamente decorativo. Tra le opere in sala, il quadro d’invenzione “En passant” di Edoardo Gelli (1896), ritratto di Ida Marchesini in toilette total black, e il suggestivo e intimo “Et prope et procul” di Carlo Cressini (1897), restaurato in occasione della mostra. A documentare l’evoluzione delle fogge, due eleganti abiti femminili di manifattura italiana, tra i quali il prezioso abito da giorno della sartoria milanese Laura Lombardi e Sorelle (1893-1896), espressione della ricercatezza delle soluzioni sartoriali e dell’attenzione riservata alle nuove proporzioni della figura. A completare il percorso, una cravatta femminile dell’ultimo decennio del secolo, conservata presso i Musei Civici di Novara, piccolo ma significativo accessorio che testimonia l’ingresso nel guardaroba delle signore di elementi tradizionalmente legati all’abbigliamento maschile, anticipando alcune delle trasformazioni novecentesche.
È un tema, “Il fumo al femminile: da gesto anticonformista a fenomeno culturale”, a essere quest’anno protagonista della cella del Castello, dove il visitatore compie un viaggio tra anticonformismo ed emancipazione attraverso una selezione di opere dalla metà degli anni Sessanta dell’Ottocento ai primi anni Venti del Novecento. Fumare, abitudine a lungo considerata sconveniente per una donna rispettabile, diviene progressivamente espressione di indipendenza e libertà. Si parte dalla seducente Carolina, protagonista de “La lettrice” di Faruffini, ritratta di spalle, adagiata su un divano rosso, intenta a leggere e a fumare, testimonianza di quella conquista dell’istruzione e della conoscenza che avrebbe aperto nuove prospettive all’universo femminile. Si passa poi all’intimità domestica di Carcano, dove una signora assapora il piacere di un sigaro comodamente seduta in poltrona, fino alla raffinata “La tenda rossa” di Giovanni Boldini, opera che consacra il pittore ferrarese come il “peintre de la Femme”, interprete magistrale dell’eleganza, della sensualità e della modernità femminile. Chiude il percorso Marussig: siamo nel 1924, due giovani donne siedono al tavolino di un caffè e una di loro fuma con disinvoltura, testimonianza di un cambiamento che ha ormai conquistato anche i luoghi della socialità.
L’ultima sezione è dedicata ai primi tre decenni del Novecento, anni di profonde trasformazioni che vedono la moda femminile abbandonare progressivamente la sinuosa silhouette «a S» della Belle Époque, modellata da stretti corsetti, a favore di abiti dalle linee diritte, con vita bassa e orli sempre più corti, più adatti alle esigenze della vita moderna. Tra le opere spiccano il notevole “Ritratto di Yole Moschini Biaggini” di Vittorio Matteo Corcos (1907), esposto al pubblico per la prima volta, e la splendida figura di “Mademoiselle De Nemidoff” di Boldini (1906), slanciata ed elegante, una “divina” testimone della pittura vibrante dell’artista, come nel “Ritratto di Josefina Alvear de Errázuriz”.
Testimonianze di una sensibilità ormai proiettata verso nuovi linguaggi sono “Le ereditiere” del novarese Felice Casorati (1910) e il “Ritratto di Leonilde Imperatori” di Giacomo Balla (1911 circa), mentre “L’attesa” di Enrico Lionne (1919), proveniente dalla Galleria Giannoni di Novara, e l’affascinante “Rosa Rodrigo (La Bella)” di Anselmo Bucci (1923) accompagnano il visitatore verso gli anni Venti. A documentare questa evoluzione, due abiti d’epoca, tra i quali l’iconica e seducente tunica Delphos di Mariano Fortuny, con il suo finissimo tessuto plissettato e la linea morbida che segue naturalmente il corpo, autentico capolavoro sartoriale destinato a rivoluzionare il concetto stesso di eleganza femminile. Un ultimo, suggestivo confronto tra pittura e moda che racconta, attraverso abiti, volti e atteggiamenti, il passaggio dalla raffinata mondanità della Belle Époque alla nuova libertà del Novecento.
La mostra è visitabile da domani, sabato 31 ottobre. QUI tutte le informazioni.
Foto di Alessandro Visconti













