Dante è pulp prima che il pulp fosse inventato. Prima di Hammett e Tarantino, se ci limitiamo al crudo realismo del racconto e a certe situazioni macabre escludendo il compiacimento sardonico che accompagna tale narrazione contemporanea, il Sommo Poeta ci offre scene sanguinarie e fermo immagine degni delle migliori scene horror. Da non farci dormire la notte.

Suscita orrore nel cerchio ottavo di Malebolge lo spettacolo dei corpi mutilati dei seminatori di discordia: “Chi poria mai pur con parole sciolte / dicer del sangue e de le piaghe a pieno / ch’i’ ora vidi?” Le anime sono talmente tante da superare in quantità il numero dei morti delle guerre antiche e il contrappasso è scelto con precisione minuziosa. Maometto, che Dante ritiene responsabile di una grave lacerazione in seno alla religione, è spaccato dalla testa fino alle natiche con le interiora pendenti: “Rotto dal mento infin dove si trulla …Or vedi com’io mi dilacco! Vedi come storpiato è Maometto!”; suo genero Alì ha il capo squarciato dal mento ai capelli. (Per inciso, l’immagine del profeta lacerato fino al deretano, in modo che le budella gli pendano tra le gambe, è raffigurata nell’affresco di Giovanni da Modena nella basilica di San Petronio a Bologna, per questo diventata uno dei target cattolici più a rischio da parte di estremisti islamici).

Il poeta Curione, che convinse Cesare a varcare il Rubicone, episodio da cui prese inizio una devastante guerra civile, ha la gola forata, un’orecchia sola e non può più parlare: “con la lingua tagliata ne la strozza”; il fiorentino Mosca dei Lamberti, per aver fomentato le discordie tra i suoi concittadini, ha le braccia prive delle mani: “Levando i moncherin per l’aura fosca, sì che ‘l sangue facea la faccia sozza”.

Agghiacciante è la conclusione del canto, il ventottesimo, quando Dante vede avanzare “un busto sanza capo […] che il capo tronco tenea per le chiome”: è il destino del trovatore occitanico Bertran de Born, che in vita ha diviso due persone strettamente unite dal sacro vincolo del sangue (Enrico II ed Enrico III d’Inghilterra, padre e figlio) e nell’inferno porta il cervello diviso da quello che Aristotele riteneva il suo principio, il midollo spinale.

Dante trattiene a stento le lacrime, anche se a noi viene il sospetto che si sia in parte compiaciuto nel comminare alle anime dei dannati terribili afflizioni. La misericordia divina e quella del poeta non interferiscono con la giustizia: sono troppi l’angoscia e lo sdegno di fronte al perdurare dell’odio, delle vendette di parte, della rovina di famiglie, città e istituzioni, di fronte all’unità e alla concordia negate.

La Commedia ha fini etici e morali: affinché gli uomini possano meritarsi la beatitudine, devono capire quale sia la condizione dei peccatori: per questo l’inferno è stato descritto in modo tanto orribile e ripugnante.

Con buona pace di chi sospetta il poeta di sadismo e coprofilia. Nessuno sconto di pena.

[Immagine: Gustave Dorè, Illustrazione per Inferno, 28: Bertran de Born]

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