Racconta Corrado Beldì che quando un’entusiasta Tiziana Fausti andava ad incominciare l’avventura di Corso Como Dieci (la leggendaria galleria e showroom milanese di Carla Sozzani), aveva in testa di mettere un bel pianoforte nei locali della caffetteria al piano terra. Lui le disse che per farlo occorreva pensare ad incassi per il locale, significativamente inferiori, visto i costi per SIAE, cachet degli artisti, spazi sottratti ai tavoli ecc..
Mi piace aprire questa cronaca del primo weekend di “Novara Jazz 2026” con questo aneddoto raccontato prima del concerto di apertura del Festival con Aural Trio, all’Opificio di Novara dell’amico Fabio Barozzi, che offre alla città un locale dal fascino unico, con una cucina di gran qualità e originalità e, appunto, cosa non comune da trovare, un apposito spazio dedicato al jazz e agli appuntamenti settimanali con la rassegna “Taste of Jazz”.
Gettare il cuore oltre l’ostacolo, in tempi difficili come questi, è un gran merito e Novara Jazz e i suoi intrepidi “fiancheggiatori” continuano a farlo con successo. Sembra dello stesso parere il bravo leader dell’Aural Trio, il batterista Giuseppe M. De Vito, che conduce una band dal temperamento vivace e dalle tante curiosità verso una sperimentazione aperta alla ricerca verso sfere sonore di ambiti più ampi, sempre che ancora si possano definire con precisione i confini dell’universo jazz.
Dopo di loro una Jam di una formazione rodata (Eugenia Canale al pianoforte, Alessandro Borgini alla chitarra, Marcello Testa al contrabbasso, Nicola Stranieri alla belatteria) e dedicata a Sonny Rollins recentemente scomparso. L’Opificio, come da tradizione del festival novarese, che comprende molte attività collaterali, ospita anche la mostra fotografica, tutta al femminile, di Paolo Caivano intitolata “Jazz Woman” comprensiva anche di foto scattate nelle precedenti edizioni di Novara Jazz. Il legame tra jazz e fotografia è decisamente unico nel panorama musicale mondiale, come un cordone ombelicale che tiene uniti due mondi attraverso un tradizionale uso della pellicola, e ora necessariamente anche delle immagini digitali, in un rigoroso (come si dice in questo casi), B/N. Caivano segue da decenni festival e concerti in Italia e in Europa e l’omaggio di NJ era certamente dovuto.
Nella giornata di sabato 30 maggio, il Festival si trasferisce nel magnifico museo etnografico di Villa Caccia di Romagnano Sesia, opera architettonica “campestre” di Alessandro Antonelli, con il brillante concerto di Lea Maria Fries con un quartetto composto dalla stessa Fries (voce), Gauthiet Toux (pianoforte), Juilian Herné (basso), Antonio Paganotti (batteria). La Fries è una elegante e raffinata vocalist che ha presentato un repertorio sempre in bilico tra tradizione jazz con qualche incursione nella ricerca vocale, il tutto sempre orchestrato amabilmente con un perfetto equilibrio tra i generi: gusto della misura che senza rinunciare alla piacevolezza dell’ascolto, non sembrava temere la curiosa esplorazione di altri mondi sonori.
Nel pomeriggio invece, nel fascino inconsueto e discreto di Casa Antonelli a Maggiora, paese alle pendici delle Colline novaresi, il concerto di Julie Campiche, arpista e musicista ginevrina che utilizza l’arpa in accoppiata con l’elettronica, insieme ad altri strumenti poco convenzionali nell’abbinamento, quali un organetto diatonico e un tamburo. Le composizioni che Julie Campiche ha proposto al pubblico sono tratte dall’album “Unapoken”, incentrato sulla rivendicazioni del lavoro femminile, attraverso figure di donne fortemente impegnate sul fronte della militanza, come quello, per fare un solo esempio, della svizzera Grisélidis Réal, (1929-2005), artista, poetessa e prostituta combattiva sul fronte dei diritti delle “Sex workers”. Un concerto “in solo” di intimo lirismo senza rinunciare, da un lato alla ricerca sonora nel confronto serrato tra arpa ed elettronica, dall’altro alla necessità impellente di sostanziare la materia sonora con un messaggio di chiaro impegno sociale e, perché no, politico. La sera del sabato, al Parco Beldì di Oleggio, “Taurn” un gruppo della scena underground bolognese, forse oltre i confini del jazz, sempre ammettendo che il jazz possa avere confini rigidamente stabiliti.
Nella giornata di domenica 31 maggio, si conclude il primo We di Novara Jazz 2026, con l’altro appuntamento tradizionale, il concerto di mezzogiorno nella sala della musica di Villa Picchetta a Cameri, ai confini del lussureggiante Parco del Ticino. Jacopo Fagioli, compositore toscano, segnalato dalla rivista “Musica Jazz” come nuovo talento dell’anno, che ha entusiasmato il pubblico, con tromba e trombone, accompagnato dal sax e dal clarinetto di Giulia Barba. “The keys are in the Garden” è il titolo di una delle composizioni presentate che fa riferimento ad un episodio accaduto all’autore, può essere un ottimo suggerimento di come accingersi ad ascoltare il jazz. “Avevo dimenticato le chiavi in un giardino a Siena”, racconta il giovane musicista, “solo quando ho smesso di cercarle e mi sono sdraiato nella medesima posizione che avevo in giardino e le ho ritrovate”. Un invito a lasciarsi andare che vale per la musica, ma per il jazz in particolare, un invito a lasciar fluire il suono attraverso il corpo, un farsi attraversare, prima di ricercare necessariamente una spiegazione razionale. Nel
Pomeriggio il magnifico parco del Castello di Cavagliano, a pochi chilometri da Novara, è il palcoscenico naturale (che è una definizione che preferisco alla ormai insopportabile “location”), ospita un altro gruppo di musicisti svizzeri, di Zurigo per la precisione, con un progetto che possiamo annoverare nei repertori jazz ma potremmo anche rinominare con tante altre etichette come match-rock, post punk, elettronica, ambient o in fondo ciò che si vuole, tanto la loro musica è di difficile definizione. Ma in questi casi il problema è tutto di chi scrive per riuscite a trasmettere al lettore almeno un vago sentore di ciò che avrebbe potuto ascoltare.
Di fatto il risultato è quello di un nastro musicale fluente, con in bella evidenza il cantato-declamatorio di Tapiwa Svosve (anche all’elettronica e al sax), come molto ben calibrato duo chitarra-basso di Vojko Huter e Xaver Rúgge, e il valido Paul Armeller alla batteria. Una necessaria ultima considerazione: quale posto occupa la cultura e la cultura musicale in particolare nella piccola Confederazione Elvetica che si occupa delle spese sostenute dai musicisti? Non è questa la sede per discutere dei finanziamenti alla cultura, ma certo è che il divario tra molti paesi europei e l’Italia è, anche in questo campo, se non drammatico, almeno piuttosto evidente.
Dopo il tour de force del Festival “fuori porta” del primo weekend della XXIII edizione di Novara Jazz, da giovedì 4 giugno il Festival torna in città per quattro lunghi giorni, ricordo che si ricomincia con l’Accordion solo di Gianni Coscia, chiave d’oro 2026 di Novara Jazz, nel sontuoso salone del Tribunale di Novara.
















