C’è molta discussione, e non potrebbe essere altrimenti, intorno alla questione degli Ibis sacri a Novara. Il dibattito in città è vivo, partecipato e tocca corde profonde della sensibilità di molti e si scontra con la realtà dei fatti. Nel caso della complessa gestione dell’Ibis sacro, i fatti sono impressi nei regolamenti europei, nelle leggi nazionali e nei piani di controllo provinciali. L’abbattimento di questa specie, infatti, non rappresenta il frutto di un’ordinanza estemporanea, bensì l’applicazione rigorosa di una precisa gerarchia legislativa che parte dai tavoli di Bruxelles per arrivare fino ai parchi e alle campagne novaresi.
La questione affonda le proprie radici normative direttamente a livello comunitario. L’Unione Europea, per far fronte al grave impatto sulla biodiversità continentale, ha adottato il Regolamento 1143/2014, un documento che reca disposizioni rigorose volte a prevenire e gestire l’introduzione e la diffusione delle specie esotiche invasive. A dare un’attuazione pratica a questo principio fondante è intervenuto successivamente il Regolamento di esecuzione 2016/1141 della Commissione, che ha formalmente adottato un elenco ufficiale delle specie esotiche invasive considerate di rilevanza unionale. Sulla base di prove scientifiche e di approfondite valutazioni dei rischi, la Commissione ha deciso di inserire in questo elenco proprio l’Ibis sacro, imponendo agli Stati membri di «promuoverne il rilevamento precoce, la gestione adeguata e, laddove possibile, l’eradicazione rapida, anche attraverso programmi nazionali che prevedono la caccia o la cattura».
LEGGI ANCHE Il caso ibis sbarca alla Camera. AVS: «Canelli ha mentito per gli Street Games, ora si dimetta»
A fronte di questa normativa, lo Stato italiano ha dovuto necessariamente adeguare il proprio impianto legislativo, attraverso il Decreto legislativo 230/2017. Questo decreto ha stabilito le misure di gestione volte all’eradicazione, al controllo demografico o al contenimento delle popolazioni delle specie esotiche invasive. A tracciare la linea tecnica e operativa nel nostro Paese è poi intervenuto l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), che nel febbraio 2023 ha pubblicato il Piano di gestione nazionale dell’Ibis sacro. Il documento dell’ISPRA chiarisce come, in base alle modifiche apportate alla Legge 157 del 1992, «la gestione delle specie alloctone in Italia sia per legge finalizzata alla loro eradicazione o quantomeno al controllo rigoroso delle popolazioni». L’istituto scientifico suddivide inoltre la penisola in aree di intervento e stabilisce che per i territori della Pianura Padana occidentale, comprendenti Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna, l’obiettivo gestionale imposto è «il controllo progressivo con finalità eradicativa, essendo la presenza della specie ormai consolidata».
Le motivazioni scientifiche che sorreggono questo severo impianto normativo sono ampiamente documentate nei rapporti di valutazione del rischio allegati ai piani di gestione. «La rapida espansione dell’Ibis sacro, la sua biologia ed ecologia possono generare impatti negativi su altre specie autoctone con le quali interagisce, entrando in competizione. La predazione di uova e pulcini di varie specie di uccelli locali, come starne, garzette, anatre, uccelli marini e uccelli di palude nonché la competizione per i siti di nidificazione con uccelli, come la garzetta e l’airone cinerino e guardabuoi, con i quali condivide l’habitat, costituiscono infatti una pesante fonte di pressione sulla fauna autoctona» si legge nel piano provinciale. Così come vengono monitorati i potenziali rischi igienico-sanitari legati alla diffusione di patogeni virali e batterici, considerando che «alcuni individui allevati in cattività sono risultati positivi alla tubercolosi aviaria».
Calando questa vasta e complessa impalcatura normativa sulla realtà locale, la Provincia di Novara ha dovuto redigere e approvare nell’agosto del 2025 un proprio Piano di controllo numerico della popolazione di Ibis sacro, con una validità programmata di cinque anni. I numeri che hanno reso necessario questo piano sono impressionanti: già nel 2020, i censimenti coordinati dal Gruppo Piemontese Studi Ornitologici rilevavano oltre 14.000 individui post-riproduttivi concentrati nelle sole province di Alessandria, Novara, Vercelli e Pavia. La progressiva espansione urbana di questi animali ha inoltre generato crescenti disagi per i cittadini novaresi, costringendo il piano provinciale a fare i conti con l’inquinamento acustico, l’accumulo di ingenti quantità di guano, la rottura dei rami degli alberi d’alto fusto e la presenza di carcasse nei parchi cittadini.
Per contrastare questa situazione, le operazioni di controllo previste dal piano vengono condotte «in modo selettivo tramite l’utilizzo di armi da fuoco, quali fucili a canna liscia o carabine ad aria compressa», e sono sempre rigorosamente coordinate dagli agenti del Corpo di Polizia Provinciale per garantire la massima sicurezza. Il piano prevede infine la possibilità di affiancare agli abbattimenti anche interventi mirati a limitare il successo riproduttivo della specie, come la rimozione o la sterilizzazione delle uova direttamente nei nidi attraverso l’irrorazione manuale di oli vegetali, e prevede anche che «gli interventi di abbattimento degli individui con arma da fuoco potranno essere attuati durante tutto l’anno solare».
Nonostante la fermezza tecnica delle direttive e la necessità di ricorrere a misure cruente come l’abbattimento con arma da fuoco o la rimozione delle uova, i testi normativi non ignorano l’etica e il benessere animale. Sia il piano nazionale sia quello provinciale ribadiscono infatti esplicitamente che, pur dovendo in ogni caso assicurare l’efficacia dei metodi utilizzati, «agli animali andranno risparmiati dolore o sofferenza evitabili». Ed è proprio qui che si giunge al nodo cruciale e profondamente umano della vicenda novarese.
A nessuno piace assistere all’abbattimento di un essere vivente, e il pensiero o la vista di nidiacei e pulcini soppressi urta profondamente, in modo del tutto comprensibile, la sensibilità collettiva. Il dolore e lo sdegno di chi vive il territorio sono reali e degni del massimo rispetto. Tuttavia, l’empatia verso il singolo esemplare, per quanto nobile, non deve oscurare la visione globale sull’ecosistema. La tutela della biodiversità richiede a volte l’onere di compiere scelte drastiche, sgradevoli e dolorose per preservare un equilibrio naturale assai fragile, proteggendo le specie autoctone da un collasso silenzioso. Il contenimento dell’Ibis sacro, seppur amaro da digerire, non è una spietata crociata contro la natura, ma il tentativo estremo, normato e scientificamente fondato di difenderla nella sua preziosa interezza.








