Il generale Vannacci e la remigrazione: il lungo monologo sull’Occidente da difendere

Per diversi minuti il generale Roberto Vannacci parla quasi senza interruzioni. Non è il tono del comizio urlato, né quello della proposta amministrativa tradizionale. È qualcosa di diverso: un lungo monologo identitario in cui dati, nostalgia, immigrazione, religione, cultura occidentale e appartenenza nazionale vengono fusi dentro una visione del mondo rigida e profondamente divisiva. Al centro c’è una parola che da mesi accompagna il dibattito dell’estrema destra europea: “remigrazione”.

Vannacci prova anzitutto a svuotare il termine della sua carica ideologica. Dice che la parola compare nei documenti dell’Onu, della Farnesina e dell’Ocse. La descrive come un semplice «ritorno al paese d’origine», quasi un processo naturale. Porta gli esempi delle comunità rumena e marocchina che, dopo aver lavorato in Italia, starebbero tornando nei rispettivi Paesi. Poi richiama l’emigrazione italiana del Novecento: Argentina, Stati Uniti, Belgio. Il racconto assume i toni della memoria familiare, delle radici, degli «avi sepolti nel cimitero dove si vuole tornare a pregare».

LEGGI ANCHE Vannacci prenota il sindaco a Novara: Gigantino in pole per Palazzo Cabrino

Ma è proprio qui che il discorso cambia natura. Perché la remigrazione evocata da Vannacci smette rapidamente di essere una libera scelta individuale e diventa una categoria politica. Una selezione culturale. Un criterio di appartenenza.

Nel suo ragionamento esistono infatti diversi livelli di esclusione. Prima ci sono gli immigrati irregolari o coloro a cui è stata negata la protezione internazionale, definiti apertamente «clandestini da rimpatriare in maniera coatta». Poi arrivano gli stranieri che commettono reati. Fin qui il discorso resta dentro coordinate securitarie già note nel lessico della destra radicale.

Ma il passaggio più significativo arriva dopo. Vannacci introduce infatti una categoria molto più ampia e sfuggente: quella delle persone «legalmente presenti» ma «culturalmente incompatibili» con l’Occidente.

È qui che il discorso assume contorni apertamente ideologici. Il generale cita un sondaggio francese sull’applicazione della sharia per sostenere che chi non aderisce ai valori occidentali dovrebbe «tornare al paese d’origine». Poco dopo allarga ulteriormente il concetto, includendo perfino chi «offende la patria», richiamando gli episodi dei cosiddetti “maranza” in piazza Duomo.

La conseguenza politica del ragionamento è evidente: non basta rispettare la legge per essere considerati parte della comunità nazionale. Occorre aderire culturalmente, simbolicamente e identitariamente a un’idea precisa di nazione e di civiltà. Chi non rientra in questo schema viene collocato fuori.

È questo il punto che rende il discorso di Vannacci qualcosa di diverso da una semplice proposta sui rimpatri. La remigrazione, nella sua narrazione, diventa il tentativo di ridefinire chi appartiene davvero all’Occidente e chi no. Non solo una politica migratoria, ma una teoria dell’identità nazionale.

E il tratto forse più impressionante del suo intervento è proprio l’impianto culturale profondamente anacronistico che lo attraversa. Vannacci descrive le società come blocchi omogenei, quasi immobili nel tempo, dove esisterebbero culture pure da difendere dalla contaminazione esterna. Una visione novecentesca, se non addirittura ottocentesca, costruita sull’idea che l’identità nazionale coincida con un’appartenenza culturale totale.

Persino l’esempio degli italiani emigrati negli Stati Uniti rivela questa impostazione: vengono citati come modello positivo perché «assimilati totalmente» alla cultura americana. Come se l’integrazione non fosse un processo reciproco e complesso, ma una completa cancellazione delle differenze.

Così il lungo soliloquio sulla remigrazione finisce per mostrare il vero cuore politico del messaggio vannacciano: non la gestione dell’immigrazione, ma la difesa di un’idea esclusiva di civiltà occidentale, dove il confine tra “noi” e “gli altri” non è più giuridico, ma culturale. E dove chi non si conforma abbastanza rischia di essere considerato, semplicemente, fuori posto.

(Vannacci in foto con il capogruppo di Alleanza Novarese Michele Ragno)

© 2026 La Voce di Novara
Riproduzione Riservata

Immagine di Cecilia Colli

Cecilia Colli

Novarese, giornalista professionista, ha lavorato per settimanali e tv. A La Voce di Novara ha il ruolo di direttore