Dal Golfo Persico a Novara: la crisi di Hormuz e i suoi effetti sulla quotazione petrolio

Non è la prima volta che una crisi geopolitica in Medio Oriente manda in fibrillazione i mercati petroliferi mondiali

L’embargo del 1973 fece triplicare il prezzo del greggio in pochi mesi e bloccò l’economia occidentale per anni. La Guerra del Golfo del 1990-91 produsse uno spike dei prezzi che durò diversi mesi. Ma quello che stiamo vivendo nel 2026 ha caratteristiche diverse: non si tratta di un taglio concordato o di una guerra rapida, ma di una crisi militare che ha fisicamente bloccato uno dei corridoi marittimi più importanti del mondo. E la quotazione petrolio che ne risulta è stabilmente sopra i 95-100 dollari al barile, con conseguenze dirette per le famiglie e le imprese di Novara come di tutta Italia.

Lo Stretto di Hormuz è il canale attraverso cui transitava circa un quinto del petrolio scambiato nel mondo. L’AIE ha stimato in circa 14 milioni di barili al giorno il volume di greggio rimosso dai mercati dalla chiusura di quella rotta: una quantità che nessuna produzione alternativa riesce a compensare nel breve periodo. L’Arabia Saudita ha aumentato la produzione, i produttori americani di shale oil stanno cercando di accelerare, ma i tempi tecnici per rispondere a un deficit così grande richiedono mesi, non settimane. Nel frattempo il mercato è squilibrato, e la quotazione petrolio riflette questa realtà.

Il Brent ha superato i 100 dollari, toccando picchi di 105-107 dollari nelle fasi di maggiore tensione, per poi ritracciare parzialmente nelle giornate in cui i mercati percepivano segnali di possibile de-escalation diplomatica. Il WTI si è mosso in parallelo, restando in area 93-97 dollari. Le oscillazioni giornaliere sono nell’ordine del 2-4%, il che rende questo mercato molto più dinamico della norma. Per chi osserva i mercati da Novara, sede di un distretto industriale e commerciale vivace, il quadro ha implicazioni dirette: i costi energetici delle imprese manifatturiere locali sono aumentati, i trasportatori hanno rivisto al rialzo le tariffe, le famiglie spendono sensibilmente di più in carburanti rispetto a un anno fa.

Un aspetto che vale la pena approfondire riguarda il meccanismo di trasmissione del prezzo del petrolio sull’economia italiana. L’Italia acquista il petrolio pagandolo in dollari, e un prezzo in dollari più alto si traduce automaticamente in una spesa in euro maggiore: la quantità di euro necessari per acquistare un barile di greggio dipende sia dal prezzo del petrolio in dollari sia dal tasso di cambio euro-dollaro. Nei periodi di crisi geopolitica, spesso il dollaro si rafforza contemporaneamente al petrolio, creando un effetto moltiplicatore sull’impatto per le economie europee. La BCE, che deve gestire l’inflazione nell’area euro, si trova così davanti a pressioni sui prezzi che vengono da fuori e che i tassi di interesse interni possono contenere solo in modo parziale.

Per Novara e il suo tessuto produttivo, i settori più colpiti sono quelli con maggiore intensità energetica o con forti componenti logistiche. Il distretto tessile e della moda, che caratterizza parte dell’economia novarese, utilizza materie sintetiche derivate dal petrolio e dipende da trasporti efficienti per le materie prime e per la distribuzione. Il settore agroalimentare, forte nel Novarese, usa gasolio agricolo e fertilizzanti il cui prezzo è legato a quello dell’energia. Le imprese di servizi che gestiscono flotte di veicoli hanno visto i costi di esercizio aumentare in modo significativo.

Dal punto di vista dei mercati finanziari, la quotazione petrolio è diventata uno degli asset più monitorati del 2026. I movimenti del Brent sono amplificati dalla leva delle aspettative diplomatiche: ogni indiscrezione su un possibile accordo USA-Iran produce oscillazioni immediate e significative. Chi vuole operare su questo mercato può farlo attraverso strumenti come i CFD dai coni trading che permettono di seguire la quotazione petrolio in tempo reale e di prendere posizione sia al rialzo che al ribasso. Vale la pena sottolineare che il trading su CFD comporta rischi significativi e può comportare la perdita dell’intero capitale investito: è uno strumento che richiede competenza e una gestione attenta del rischio.

Le prospettive per i prossimi mesi restano nebbiose. Goldman Sachs non esclude prezzi sopra i 100 dollari fino al 2027. La Banca Mondiale è più ottimista, stimando un Brent medio intorno agli 86 dollari a fine anno nell’ipotesi di una graduale normalizzazione dei flussi attraverso Hormuz. Ma qualunque cosa accada nel Golfo Persico avrà effetti diretti e misurabili su Novara, sull’Italia e su tutta l’economia europea.

Nota: Il trading con CFD comporta un rischio elevato di perdita del capitale investito. Questo articolo ha scopo puramente informativo e non costituisce consulenza finanziaria.

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