Ridurre i rifiuti sanitari fino al 75% e risparmiare oltre 60 mila euro all’anno, semplicemente cambiando il modo in cui vengono richiesti ed eseguiti gli esami di laboratorio. Non è una proiezione teorica, ma il risultato concreto di uno studio condotto dall’ospedale Maggiore di Novara, che per la prima volta ha misurato con precisione l’impatto ambientale della diagnostica di laboratorio e individuato soluzioni pratiche per ridurlo.
La ricerca, coordinata da Roberta Rolla insieme al team della Biochimica Clinica diretta da Umberto Dianzani, è stata pubblicata sulla rivista internazionale Clinical Chemistry and Laboratory Medicine e si basa sui dati reali raccolti nel 2024. Il punto di partenza è semplice: la medicina di laboratorio è oggi uno degli strumenti più utilizzati nella pratica clinica, ma dietro la sua efficacia si nasconde un costo ambientale spesso invisibile, fatto di materiali monouso, reagenti chimici e tonnellate di rifiuti sanitari.
Basta guardare i numeri per rendersene conto. In un solo anno, il laboratorio novarese ha processato circa tre milioni di test di biochimica, generando quasi 37 tonnellate di rifiuti, a cui si aggiungono oltre 2,6 tonnellate legate agli emocromi. Una produzione enorme, che però – ed è questo il dato più rilevante – è in larga parte evitabile.
Lo studio entra nel dettaglio e mostra come una quota significativa di questi rifiuti nasca da pratiche quotidiane consolidate ma non sempre necessarie: esami ripetuti senza reale indicazione clinica, duplicazioni di provette per analisi che potrebbero essere accorpate, prelievi di sangue molto superiori rispetto a quanto serve davvero. Un esempio su tutti: per molte analisi sono sufficienti quantità minime, anche di pochi microlitri, ma nella pratica si prelevano fino a 4 o 5 millilitri, anche mille volte di più.
È proprio intervenendo su questi aspetti che si apre uno scenario completamente diverso. Ridurre il volume delle provette, ad esempio, permetterebbe di abbattere i rifiuti in ematologia fino al 75% e di tagliare drasticamente anche quelli della biochimica, come evidenziato nei grafici dello studio. Allo stesso modo, eliminare le duplicazioni e migliorare l’appropriatezza degli esami consentirebbe di evitare ogni anno centinaia di chili di plastica e materiali biologici.
Non si tratta solo di ambiente. Perché meno rifiuti significa anche meno costi. La ricerca stima che, solo per la biochimica, i costi di smaltimento possano scendere da oltre 56 mila a meno di 19 mila euro, con un risparmio di circa 37mila euro. Complessivamente, per un singolo laboratorio, il beneficio economico supera i 60mila euro all’anno.
Il messaggio che arriva da Novara è chiaro: la sostenibilità in sanità non è un obiettivo astratto, ma una scelta organizzativa concreta, che passa da decisioni quotidiane e apparentemente piccole. Chiedere un esame solo quando serve, utilizzare una sola provetta per più analisi, adeguare i volumi di sangue prelevato: sono azioni semplici, ma capaci di produrre un impatto enorme.
In un sistema sanitario chiamato a fare i conti con una domanda crescente di prestazioni, legata anche all’invecchiamento della popolazione e all’aumento delle patologie croniche, esperienze come quella dell’ospedale Maggiore indicano una direzione precisa. Il laboratorio clinico non è solo un luogo di diagnosi, ma può diventare uno dei motori della transizione verso una sanità più efficiente, responsabile e attenta all’ambiente.







