Sanità al collasso all’ospedale Maggiore: 100 infermieri in meno, Fp Cgil accusa la Regione

La carenza di personale sanitario all’ospedale Maggiore di Novara ha raggiunto livelli che la Fp Cgil definisce senza mezzi termini «di vera e propria emergenza». Un quadro che si inserisce in una criticità più ampia: in Piemonte mancano circa 6mila infermieri, mentre a Novara l’assenza si traduce in almeno 100 unità in meno nei soli reparti.

Le recenti assunzioni di 30 infermieri a tempo determinato, annunciate dall’azienda, vengono considerate dal sindacato una «goccia nel mare». Non solo perché insufficienti a colmare il divario, ma anche perché molti dei neoassunti starebbero già lasciando il servizio per accettare contratti a tempo indeterminato in altre realtà. Nel frattempo continua l’esodo legato ai pensionamenti: la categoria ha un’età media sempre più elevata e i ricambi non tengono il passo.

A fronte di una carenza strutturale di personale, la Cgil evidenzia quello che definisce un paradosso organizzativo: la riapertura di strutture precedentemente chiuse proprio per mancanza di operatori. È il caso del piccolo reparto di oncologia ed ematologia, attualmente con sei posti letto che potrebbero diventare dodici. Di giorno è prevista la presenza di un infermiere e un Oss, mentre di notte resterebbe un solo infermiere a copertura del servizio.

Una scelta che, secondo il sindacato, rischia di esasperare ulteriormente carichi di lavoro già oggi al limite della sostenibilità.

A metà della questione c’è il tema degli investimenti regionali. Il segretario Fp Cgil Novara Vco, Francesco Orlandi, spiega: «Ci siamo interfacciati con il Maggiore perché faccia pressione sulla Regione. Senza risorse adeguate il sistema non regge. Lo stanziamento regionale di 470mila euro per il recupero delle liste d’attesa e per le prestazioni aggiuntive è del tutto insufficiente rispetto alle necessità concrete. Parliamo di una cifra che non copre neppure lontanamente il fabbisogno effettivo: nel 2025 sono serviti circa 2 milioni di euro per garantire i servizi. Questo significa che rimane uno scoperto superiore a 1,5 milioni. È su questa distanza tra risorse assegnate e risorse realmente necessarie che bisogna intervenire. Se non si riduce questa forbice, non sarà possibile abbattere i tempi di attesa né evitare di scaricare il peso dell’emergenza su lavoratori già sottoposti a turni massacranti».

Infermieri, tecnici di laboratorio e di radiologia, ostetriche e Oss sono descritti come esausti. Costretti a turni massacranti e a responsabilità crescenti, si trovano – denuncia il sindacato – sottovalutati da un contratto nazionale che non riconosce adeguatamente il valore del loro lavoro, penalizzati da finanziamenti regionali giudicati insufficienti. Dall’altro lato un’utenza che vive sulla propria pelle l’effetto più visibile della crisi: liste d’attesa che per visite ed esami non urgenti possono superare l’anno.

In questo scenario, il recupero delle liste d’attesa, la sostituzione del personale mancante, il turnover per pensionamenti e dimissioni, le assenze per malattia e la copertura delle ferie estive rischiano di gravare interamente sul bilancio aziendale – se le risorse lo consentiranno – o, in alternativa, ancora una volta sui sanitari ma anche sul personale amministrativo.

Gli operatori chiedono, dunque, all’azienda un’attenzione concreta al benessere organizzativo, con modelli che permettano una reale conciliazione tra vita privata e professionale. Alla Regione Piemonte il sindacato chiede un cambio di passo sugli investimenti nella sanità pubblica: risorse adeguate per garantire un sistema equo, efficiente e dignitoso, sia per chi vi lavora sia per i cittadini che vi si affidano.

La partita, secondo la Cgil, non è più rinviabile. Perché senza personale sufficiente e senza finanziamenti strutturali, l’emergenza sta diventando la nuova normalità.

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Immagine di Cecilia Colli

Cecilia Colli

Novarese, giornalista professionista, ha lavorato per settimanali e tv. A La Voce di Novara ha il ruolo di direttore