VIDEO – Ibis sacro tra polemiche e scienza: perché la Provincia spara e la città sceglie la via non cruenta

Il dibattito sulla gestione dell’ibis sacro (Threskiornis aethiopicus) nel nostro territorio si fa sempre più acceso, alimentato dalle legittime sensibilità delle associazioni animaliste e dalle immagini, inevitabilmente forti, che arrivano dalle campagne. Negli ultimi giorni, un video che mostra le guardie provinciali impegnate nell’abbattimento di alcuni esemplari a Casalbeltrame ha riacceso i riflettori sul nuovo piano di controllo 2025-2030 varato dalla Provincia di Novara.

Di fronte a queste immagini, la reazione di sdegno di una parte dell’opinione pubblica è comprensibile. Tuttavia, per comprendere appieno la ratio di interventi così drastici, è necessario allargare lo sguardo, separando l’emotività dalle evidenze scientifiche che impongono alle istituzioni di agire.

Il piano della Provincia e gli abbattimenti a Casalbeltrame

Il documento provinciale per il quinquennio 2025-2030 parla chiaro e autorizza «l’intervento diretto del personale di vigilanza per il contenimento della specie». Nelle aree agricole e periferiche, come documentato a Casalbeltrame, il piano prevede l’uso delle armi da fuoco. Non si tratta di iniziative arbitrarie o di bracconaggio, ma dell’applicazione di protocolli standard previsti per le specie alloctone invasive su scala europea, lì dove la loro concentrazione ha raggiunto livelli critici per l’ambiente circostante.

L’azione della Provincia risponde a vincoli normativi stringenti: l’ibis sacro è infatti inserito nell’elenco delle specie esotiche invasive di rilevanza unionale (secondo il Regolamento UE 1143/2014). A chiarire in modo definitivo la questione è il piano di gestione dell’ibis sacro in Italia, redatto nel 2020 da ISPRA e dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Il documento ministeriale obbliga le Regioni e gli enti locali ad «adottare misure rapide di contenimento, limitazione o eradicazione per mitigare gli impatti devastanti sulla biodiversità autoctona». La legge impone di intervenire «con i metodi più efficaci a seconda del contesto, rendendo di fatto l’abbattimento diretto tramite arma da fuoco uno strumento legalmente previsto, raccomandato e autorizzato per le aree naturali e agricole».

Non è allarmismo, è un problema ecologico: lo dice l’Upo

Per capire perché l’ibis sacro sia finito nel mirino delle istituzioni basta guardare i dati. A fornirli sono le ricerche e gli studi accademici condotti dagli esperti dell’Università del Piemonte Orientale (UPO). Le evidenze scientifiche dicono che non ci troviamo di fronte a un procurato allarme, ma a una vera e propria emergenza ecologica.

L’ibis sacro è una specie aliena e spiccatamente opportunista. Non avendo predatori naturali alle nostre latitudini, la sua proliferazione incontrollata sta compromettendo gravemente l’equilibrio della fauna locale. Gli studi dell’UPO confermano che questi grandi volatili si nutrono voracemente di anfibi (rane e raganelle), crostacei, piccoli pesci e, soprattutto, competono per i siti di nidificazione di specie autoctone protette, come aironi, garzette e nitticore.

L’abbattimento programmato nelle campagne, dunque, non è una “guerra” all’animale in sé, ma un tentativo estremo di salvare la nostra biodiversità originaria da un collasso ecosistemico causato, ironia della sorte, proprio dall’uomo, che decenni fa ha introdotto questi animali nei parchi faunistici da cui sono poi fuggiti.

La via alternativa della città di Novara: solo metodi non cruenti

Se nelle aree agricole e fluviali la Provincia ha optato per l’abbattimento, è importante ricordare che i contesti urbani seguono dinamiche diverse. Come già raccontato su queste pagine, il comune di Novara ha dovuto affrontare la migrazione di diverse colonie di ibis verso il centro storico (in particolare all’allea di San Luca e al Parco dei Bambini).

In questo caso, l’amministrazione comunale ha fatto una scelta logistica ben precisa, confermata dall’assessora all’Ambiente Elisabetta Franzoni: nel perimetro urbano non vengono utilizzati metodi cruenti. Nessuno sparo tra i parchi cittadini e nessun ricorso alla pratica dell’oleatura delle uova. L’unico metodo di contenimento adottato dal Comune è la rimozione mirata dei nidi vuoti, prima che avvenga la deposizione, per scoraggiare la stanzialità degli uccelli.

Due approcci differenti – quello provinciale nelle campagne e quello cittadino – che rispondono, però, alla medesima emergenza certificata dalla scienza: trovare un equilibrio impossibile con una specie che, nel nostro ecosistema, sta mettendo a rischio la sopravvivenza di diverse specie.

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Immagine di Luca Galuppini

Luca Galuppini

25 anni, laureato con lode in Politics, Philosophy and Public Affairs all'Università degli Studi di Milano, lavora come addetto stampa.