Era già da tempo che volevo rendere omaggio alla deliziosa ironia con cui ha sempre espresso il suo impegno civile Stefano Benni, scomparso nel settembre scorso.
Il testo che segue è un paradosso sempre attuale, specie in un ordine mondiale in cui ogni tecnologia pensata come motore di progresso civile finisce per essere impiegata in campo militare e ridisegna la gerarchia delle potenze.
In un contesto in cui si dovrebbero disarmare anche le parole, non possiamo peccare di ingenuità e credere che nel mondo reale i conflitti si risolvano solo con la buona volontà o con il boicottaggio delle armi. Possiamo continuare a sentirci pacifisti, praticare una resistenza non violenta, e allo stesso tempo considerare la necessità di difenderci e che, quando fallisce la negoziazione, il modo migliore per evitare la guerra è mantenere un vantaggio rispetto alla capacità distruttiva dell’avversario.
Nell’eterno dilemma tra etica e forza, sappiamo tutti che ogni arma costruita è un furto a chi ha fame, e che prima o poi varrà usata.
Lamento del mercante d’armi
Ho venduto un pezzo di cannone
poi le ruote e un altro pezzo di cannone
la culatta e l’otturatore
il mirino e un altro pezzo di cannone
e altri tre pezzi di cannone
e adesso c’è uno in televisione
che dice che mi spara col mio cannone
chi lo sapeva che coi pezzi di cannone
avrebbe fatto un cannone?
Se lo avessi saputo
mica avrei accettato l’ordinazione
Ho venduto cento elicotteri
con relativo armamento
e un sistema puntamento missili
e un sistema anti-sistema di puntamento
adesso l’elicottero è lì che spia
come un falco sopra casa mia
Se lo avessi saputo cosa voleva fare
non gli avrei venduto la testata nucleare
era così distinto, un vero signore
chi poteva sapere che era un dittatore?
Se avessi saputo che un cliente
può diventare un nemico
della mia patria
dell’Occidente
vi giuro gente
lo giuro sui figli
lo giuro su Gesù
gli avrei fatto pagare
il cinquanta per cento in più.
Da qui si vede
la mia buona fede.
Stefano Benni, Ballate, Milano 1993








