“Perché dobbiamo salvare la sanità pubblica?”. È da questa domanda che ha preso le mosse il convegno promosso dalla Cgil Novara e Vco nell’aula magna dell’ospedale Maggiore della Carità. Un incontro che arriva in un momento particolarmente delicato per l’ospedale novarese, dove da settimane è in corso lo stato di agitazione del personale, sullo sfondo di una carenza cronica di infermieri, turni sempre più difficili da coprire e crescente fatica organizzativa.
A moderare il confronto la giornalista Elena Deambrogio. Tra gli interventi anche quello, a sorpresa, del direttore generale Stefano Scarpetta, che ha voluto portare il punto di vista dell’azienda ospedaliera.
“Gli infermieri non si trovano più”
A descrivere la situazione vissuta quotidianamente nei reparti è stata Cristina Battelli, rappresentante Rsu del Maggiore. «L’azienda ha assunto tutto il personale che poteva assumere, attraverso concorsi e agenzie interinali, ma il problema resta: gli infermieri non ci sono e molti non vogliono venire a lavorare al Maggiore», ha spiegato.
Lo stato di agitazione, ha sottolineato, nasce proprio dalla difficoltà di garantire la tenuta dei servizi in vista del periodo estivo. Sul tavolo c’è anche il confronto con il prefetto previsto nelle prossime settimane per verificare le misure che la direzione intende adottare nella riorganizzazione delle ferie.
Tra le richieste avanzate dai sindacati c’è quella di non sospendere le prestazioni aggiuntive, considerate oggi uno degli strumenti indispensabili per mantenere in equilibrio i reparti. Battelli ha però anche indicato la necessità di una riorganizzazione interna, con una razionalizzazione delle risorse e interventi strutturali in alcuni reparti “in grave difficoltà” e non più adeguati.
Un altro tema emerso con forza è quello delle aggressioni al personale sanitario. «Dal 2024 i casi sono aumentati di 64 unità e il numero è praticamente raddoppiato rispetto agli anni precedenti», ha detto.
Scarpetta: “Difficoltà reali, ma il Maggiore continua a crescere”
Nel suo intervento Stefano Scarpetta ha riconosciuto le difficoltà del sistema sanitario pubblico, ribadendo però il ruolo strategico del Maggiore nel panorama regionale.
«Siamo vicini a tutti coloro che lavorano nella sanità pubblica. Operiamo in un contesto complesso, ma il nostro ospedale continua a rafforzare il proprio ruolo di eccellenza», ha affermato, ricordando come il Maggiore sia stato confermato tra le aziende sanitarie con le migliori performance del Piemonte.
Secondo i dati illustrati dal direttore generale, nel 2025 le prestazioni sono aumentate del 13% rispetto all’anno precedente, mentre il primo trimestre del 2026 conferma un ulteriore incremento del 15%. «Siamo la seconda azienda piemontese per performance», ha rivendicato.
Scarpetta ha poi richiamato i principali progetti in corso: la firma del contratto per il nuovo ospedale, il percorso verso il riconoscimento Irccs e gli investimenti tecnologici e strutturali, tra cui il nuovo pronto soccorso e il potenziamento della radioterapia, che ha raddoppiato l’attività.
Sul tema sicurezza, il direttore ha ricordato anche il protocollo siglato con la Prefettura per il sistema di videosorveglianza contro le aggressioni. Ma il nodo principale resta quello del personale. «I soldi vorremmo fossero di più, ma dobbiamo lavorare meglio con le risorse che abbiamo. La difficoltà nel reperire infermieri riguarda tutta Europa: l’Organizzazione mondiale della sanità stima entro il 2030 una carenza di un milione di infermieri».
“La privatizzazione silenziosa della sanità”
Molto duro l’intervento di Michele Piffero, che ha parlato apertamente di «declino della sanità pubblica» e di una «silente privatizzazione in corso. Questo ospedale sta in piedi grazie alla responsabilità dei lavoratori, nonostante turni massacranti e organici scoperti», ha detto, definendo il Maggiore un «microcosmo che dovrebbe essere preso a esempio per il valore delle persone che vi lavorano».
Piffero ha collegato il peggioramento delle condizioni di lavoro all’impatto diretto sui cittadini. «Sono i pazienti, gli anziani, le famiglie con persone non autosufficienti a vivere ogni giorno gli effetti delle scelte politiche». Ha poi citato i dati della Fondazione Gimbe secondo cui in Piemonte 350 mila persone hanno rinunciato a curarsi.
«La divisione tra lavoratori è diventata una guerra tra poveri, alimentata dall’idea che ci si salvi da soli. Non è così: o costruiamo una difesa collettiva della sanità pubblica oppure vincerà un modello in cui curarsi sarà sempre più un privilegio e lavorare nella sanità sempre più insostenibile».
Liste d’attesa, case di comunità e carenza di personale
Il quadro regionale è stato affrontato da Luca Quagliotti, che ha annunciato la manifestazione del 23 maggio a Torino, da Palazzo Regione fino a piazza Carducci, davanti alle Molinette. Secondo Quagliotti, il sistema sanitario sta vivendo “la tempesta perfetta”: sottofinanziamento del fondo sanitario nazionale, blocco delle assunzioni protratto nel tempo, difficoltà nel reperire personale e aumento delle liste d’attesa.
Critiche anche sullo stato di attuazione della sanità territoriale prevista dal Pnrr. «In Piemonte sono previste 82 case di comunità e 27 ospedali di comunità, ma al 31 maggio risultano pronti un solo ospedale e sei case di comunità».
Quagliotti ha inoltre evidenziato le difficoltà nella medicina territoriale e domiciliare, nei consultori e nella salute mentale giovanile, denunciando la mancanza di fondi e personale. «Oggi abbiamo 18 mila posti convenzionati nelle Rsa su 38 mila posti complessivi, ma solo 9 mila ricevono davvero il contributo. E migliaia di persone che avrebbero diritto all’assistenza domiciliare non la ricevono».
“Rischiamo un nuovo ospedale senza lavoratori”
Sul fronte politico è intervenuto Domenico Rossi, vice presidente della commissione Sanità in Regione, che ha puntato il dito contro i conti della sanità piemontese. Rossi ha ricordato il disegno di legge regionale per coprire 209 milioni di euro di disavanzo delle Asl piemontesi e ha avvertito sul rischio di un futuro piano di rientro. «Fra tre anni rischiamo di perdere autonomia e di avere il blocco del turnover. L’assessore Federico Riboldi fa finta di nulla, ma conosce bene la situazione».
Il consigliere regionale ha poi lanciato un monito specifico sul Maggiore: «È una delle aziende da cui il personale se ne va di più. Il rischio è avere il nuovo ospedale senza lavoratori».
A margine del convegno, Emanuele Pitzalis, segretario organizzato fp e responsabile comparto sanità Asl, ha confermato la forte mobilità interna del personale sanitario. «Molti operatori del Maggiore stanno partecipando alle selezioni dell’Asl. Nell’ultima graduatoria infermieri circa cinquanta dipendenti del Maggiore avrebbero dato disponibilità per trasferirsi»
Secondo Pitzalis, le carenze oggi risultano in parte “mascherate” proprio dal continuo spostamento di personale tra aziende sanitarie. Per questo, per evitare l’apertura dello stato di agitazione, sindacati e direzione hanno concordato un confronto permanente sulle procedure selettive, sul piano ferie e sul coinvolgimento sindacale nelle riorganizzazioni.








