Ci sono artisti che crescono e passano la vita identificandosi con lo strumento della loro arte. Succede più nella musica che nelle altre arti, poiché se la scrittura si fa sempre con lo stesso strumento (o quasi), nella musica lo strumento caratterizza maggiormente l’artista. Succede con Dino Saluzzi e il suo bandoneon.

Sarebbe forse azzardato estendere l’osservazione a chi artista non lo è, almeno non lo è in “stricto sensu”, come per esempio Maradona, tutt’uno col suo pallone ma si tratterebbe di un paragone nemmeno troppo forzato e, non solo per la comune madrepatria argentina, ma anche per un profondo radicamento nella cultura popolare di quel paese e non solo. Entrambi, Maradona e Saluzzi ci raccontano anche della loro terra natia senza bisogno di parole.

Ricorda a questo proposito il musicista argentino: “….Non abbiamo ricevuto alcuna informazione tramite la radio o attraverso o gli album, e non c’erano conoscenze di musica accademica o di musica sinfonica o concerti formali, quando ero molto giovane, comunque mio padre è stato in grado di trasmettermi un’educazione musicale…” Ed io aggiungerei inoltre un racconto della malinconia senza bisogno di parole. Forse anche il grande calciatore argentino non ci ha parlato solo di gioie sportive, anche se non ce ne siamo accorti. “Albores”, titolo dell’album edito da ECM, è solo il terzo lavoro da solista (dopo “Kultrum” e lo straordinario “Andina”) in più di trent’anni di carriera che Dino Saluzzi propone al pubblico, mentre decine e decine sono le sue partecipazioni ad altri ensemble.

Apre il disco “Adiós Maestro Kancheli”, dedicato al compositore georgiano Giya Kancheli, coetaneo di Saluzzi, scomparso nel 2019. Brano malinconico, ma essenziale, dove il bandoneon sembra recitare una preghiera laica per l’anziano compositore. Benché sia l’accento dominante, anche dello strumento stesso, l’introspezione malinconica non è la sola chiave di lettura di questo intenso e prezioso album. Il bandoneon è uno strumento capace di “ragionare” attraverso l’esposizione non “frastica” dei concetti, come direbbero i linguisti. Ascoltando “Ficciòn” ce ne si può rendere conto in maniera piuttosto evidente.

Di quale “finzione” si tratta? Di una finzione televisiva oppure di una mimesi? Questo non è dato saperlo, ma quello che è lampante è la straordinaria capacità del musicista di far dialogare lo strumento con sé stesso, con una eccezionale bravura nel costruire frasi musicali che portano ad un “ragionamento sonoro”, per concludersi in una “spiegazione”. Quando poi, come ne “La Cruz del Sur” è il dolore a dover essere descritto dallo strumento, in quello che Lújan Baudino chiama “il suono ancestrale”, allora si comprende che c’è qualcosa che può andare anche oltre il senso delle parole e che quel “senso” può a volte essere anche superfluo.

Ascoltando “Ségun me cuenta la vida”, una milonga minimale ed intensa, o la sussurrata “Écuyère”, non si può che percepire il bandoneon di Dino Saluzzi come uno strumento assolutamente autosufficiente che non necessita di accompagnamenti e che è forse sprecato ad accompagnare a sua volta altri strumenti. Poesia della musica che basta sé stessa, se proprio vogliamo costringere dentro una definizione la musica di Dino Saluzzi.

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Mario Grella

Mario Grella

Nato a Novara, vissuto mentalmente a Parigi, continua a credere che la vita reale sia un ottimo surrogato del web.

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