L’europeismo riluttante di Giorgia Meloni

In questo momento Giorgia Meloni è in una terra di mezzo. Lei ama la metafora tolkeniana: non è europeista come Macron ma neanche anti europeista come la Le Pen o Salvini. Il suo però non si sa ancora se sia un europeismo riluttante o un anti europeismo moderato. Si è trovata a Palazzo Chigi, dopo aver contestato l’europeista Draghi, con l’arrivo ogni anno di circa 30 miliardi di euro del Pnrr, una cifra che ha salvato di fatto il Pil italiano e si è tradotta in posti di lavoro ed entrate fiscali; si è data da fare per mettere un proprio uomo in posizione chiave per il Pnrr e lo ha fatto con Raffaele Fitto, anche se per questo ha dovuto rompere con una parte dell’estrema destra europea. 

Da parte sua ha rinunciato alla maggioranza delle promesse elettorali: tagli alle accise e riforme pensionistiche generose e così è rimasta nei parametri delle regole europee proprio mentre la Francia e la Germania vivevano una stagione di finanza pubblica difficile e meno rigorosa.

A Rimini ha detto che gli europeisti sono venuti dalla sua parte che era euroscettica, in realtà è più lei che si è allontanata dagli euroscettici anche se i tempi del rigore e dell’austerità si sono allontanati pure loro.

Anche in politica estera non si è discostata dalla linea italiana di solidarietà all’Ucraina ma senza scivolare nell’ipotizzare sostegni più decisi ma questa è la linea anche dell’opposizione. 

La novità di Trump è quella in cui è più vicina al nuovo inquilino della Casa Bianca ma alla fine ha fatto fronte comune con i partner europei anche sui dazi.

Certo Meloni sembra non sentirci niente, per ora, sulla possibilità di ampliare i poteri della Ue derogando al principio dell’ unanimità ma sono tanti e non solo di destra i riluttanti in Europa.

Questo è stato il presente della Meloni premier. Ma cosa attende il futuro, cioè il 2026, in cui finiranno le rate del Pnrr e l’Europa dovrà decidere se fare nuovo debito comune e per cosa e con quali regole? Su questo Meloni rimane reticente, abbottonata, attenta a non esporsi per evitare scontri con i partners europei ma anche con i suoi alleati di maggioranza.

Eppure i nodi ci attendono e andranno sbrogliati.

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Pier Luigi Tolardo

54 anni, novarese da sempre, passioni: politica, scrittura. Blogger dal 2001.

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L’europeismo riluttante di Giorgia Meloni

In questo momento Giorgia Meloni è in una terra di mezzo. Lei ama la metafora tolkeniana: non è europeista come Macron ma neanche anti europeista come la Le Pen o Salvini. Il suo però non si sa ancora se sia un europeismo riluttante o un anti europeismo moderato. Si è trovata a Palazzo Chigi, dopo aver contestato l’europeista Draghi, con l’arrivo ogni anno di circa 30 miliardi di euro del Pnrr, una cifra che ha salvato di fatto il Pil italiano e si è tradotta in posti di lavoro ed entrate fiscali; si è data da fare per mettere un proprio uomo in posizione chiave per il Pnrr e lo ha fatto con Raffaele Fitto, anche se per questo ha dovuto rompere con una parte dell’estrema destra europea. 

Da parte sua ha rinunciato alla maggioranza delle promesse elettorali: tagli alle accise e riforme pensionistiche generose e così è rimasta nei parametri delle regole europee proprio mentre la Francia e la Germania vivevano una stagione di finanza pubblica difficile e meno rigorosa.

A Rimini ha detto che gli europeisti sono venuti dalla sua parte che era euroscettica, in realtà è più lei che si è allontanata dagli euroscettici anche se i tempi del rigore e dell’austerità si sono allontanati pure loro.

Anche in politica estera non si è discostata dalla linea italiana di solidarietà all’Ucraina ma senza scivolare nell’ipotizzare sostegni più decisi ma questa è la linea anche dell’opposizione. 

La novità di Trump è quella in cui è più vicina al nuovo inquilino della Casa Bianca ma alla fine ha fatto fronte comune con i partner europei anche sui dazi.

Certo Meloni sembra non sentirci niente, per ora, sulla possibilità di ampliare i poteri della Ue derogando al principio dell’ unanimità ma sono tanti e non solo di destra i riluttanti in Europa.

Questo è stato il presente della Meloni premier. Ma cosa attende il futuro, cioè il 2026, in cui finiranno le rate del Pnrr e l’Europa dovrà decidere se fare nuovo debito comune e per cosa e con quali regole? Su questo Meloni rimane reticente, abbottonata, attenta a non esporsi per evitare scontri con i partners europei ma anche con i suoi alleati di maggioranza.

Eppure i nodi ci attendono e andranno sbrogliati.

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