Truffa dell’orologio, due donne a processo

«Ero fermo in auto quando sono stato chiamato da una signora giovane e bionda che mi ha detto che l’avevo urtata e le avevo rotto l’orologio, che valeva sei mila euro. Aveva anche un vistoso ematoma sulla mano. Strano, ricordo di aver pensato: ho sentito sì un rumore, ma lieve e comunque non tale da giustificare quel danno».

 

 

Non ha alcuna incertezza nel racconto l’uomo, 93enne novarese, nonostante da quel fatto siano passati ormai più di 7 anni.

«Ricordo anche che mi aveva chiesto il cellulare, si era fatta dare il numero della mia assicurazione e l’aveva chiamata, poi mi aveva passato “l’impiegata”, che mi aveva detto che sì, mi conveniva pagare perché altrimenti avrei avuto altri problemi, delle penali, non ricordo di preciso cosa mi avesse detto».

Sta di fatto che, preso alla sprovvista, l’anziano era andato in banca con la signora per prelevare la somma con la quale avrebbe dovuto risarcire “il danno”.

«Io sono entrato, lei è rimasta fuori ad aspettarmi. Ho chiesto di effettuare il prelievo e il direttore mi ha chiesto il motivo, gli ho riferito il perché e lui mi ha messo in guardia, consigliandomi di chiamare la mia assicurazione. E l’impiegata mi ha detto di non aver mai parlato con me. A quel punto abbiamo chiamato la polizia. Ma la donna, che era fuori dalla banca, nel frattempo era sparita».

Non così era invece andata ad un altro anziano, oggi 84enne che ci aveva rimesso 240 euro. Identico il modus operandi, sempre una donna, sempre l’urto con l’auto e l’orologio rotto, questa volta del valore di 4mila euro, sempre la telefonata con il cellulare del pensionato e il consiglio, via cavo, di pagare e non fare denuncia. Preso alla sprovvista il pensionato le aveva dato quanto aveva nel portafoglio, 240 euro appunto, che aveva appena prelevato e che gli sarebbero serviti per fare la spesa.

«Ma non bastavano – ha detto davanti al giudice – Così le ho detto che sarei andato in banca a prelevare; lei mi avrebbe aspettato lì, dove era successa la cosa. Ma poi in banca mi hanno detto che sarebbe stato meglio fare denuncia, hanno chiamato la polizia e con gli agenti siamo tornati nel posto convenuto per l’appuntamento. Ma lei non c’era più».

Entrambi i pensionati avevano riconosciuto la “sconosciuta” nelle fotografie che erano state loro mostrate, ma ora, a distanza di anni, in aula uno dei due non è stato in grado di indicare la presunta truffatrice.

Per quei  fatti la Procura ha chiamato a risponderne due donne, una 33enne e una 56enne, residenti in altra regione. Si torna in aula a marzo.

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