Radici Chimica, al tavolo in Comune l’azienda annuncia meno di cento esuberi. I sindacati: «I conti non tornano»

Meno di cento esuberi rispetto ai 140 annunciati inizialmente, ma senza numeri definitivi né un piano dettagliato che consenta di capire quanti lavoratori potranno effettivamente essere ricollocati. È quanto emerso dal primo tavolo istituzionale sulla vertenza Radici Chimica, convocato ieri, 28 ottobre, a Palazzo Cabrino. Un incontro che, almeno per il momento, non sembra aver avvicinato le posizioni dell’azienda e dei sindacati.

Al confronto hanno partecipato i rappresentanti della società, le Rsu, le organizzazioni sindacali, il sindaco Alessandro Canelli, le assessore Maria Cristina Stangalini e Marzia Vicenzi e alcuni consiglieri, tra cui il capogruppo del Movimento 5 Stelle Mario Iacopino.

A riferire l’esito dell’incontro è Christian Bertuletti della Cgil: «Rodolfi ha sostanzialmente ripetuto quanto già illustrato nei precedenti incontri, annunciando però che gli esuberi saranno meno di cento. Non si è capito quanti, perché ha spiegato che nei prossimi quattro mesi i dipendenti passeranno dagli attuali 270 a 206 e, nell’arco di tre anni, a 175. Ma i conti non tornano».

Una riduzione progressiva dell’organico che, secondo il sindacato, continua a presentare troppe incognite. Il problema non è soltanto quanti lavoratori resteranno, ma soprattutto attraverso quali percorsi sarà possibile evitare i licenziamenti.

«Il punto di partenza sono i 270 dipendenti attuali – prosegue Bertuletti –. Da qui bisogna lavorare per riqualificare più personale possibile, con l’obiettivo di arrivare a zero esuberi. Ma per farlo servono anni, soprattutto per alcune figure professionali, come i capi area».

Resta poi aperta la questione del piano sociale proposto dall’azienda. «Hanno promosso alcune azioni, ma se non ci sono le condizioni non possiamo firmare a scatola chiusa. Bisogna capire nel tempo se le riconversioni degli spazi funzioneranno oppure no».

Le perplessità riguardano anche le prospettive produttive degli impianti destinati a rimanere operativi. «Ci hanno detto di aver prodotto del polimero, ma di non sapere ancora come venderlo. Questo significa che su quelle linee potrebbero esserci ancora meno lavoratori di quanto previsto».

Per Bertuletti il problema principale resta la mancanza di trasparenza: «Non c’è chiarezza da parte dell’azienda, che deve essere più trasparente sui numeri. Non va bene il modo in cui si sta approcciando alla vertenza. I piani sono rimasti quelli illustrati nell’incontro in Confindustria e da allora non abbiamo ricevuto alcun documento».

Una valutazione condivisa anche da Luisa Maugeri della Uil, secondo la quale le posizioni delle parti restano sostanzialmente ferme, senza che dal tavolo istituzionale siano emersi elementi capaci di modificare concretamente lo stato della trattativa.

Il Comune, dal canto suo, ha confermato la disponibilità a svolgere un ruolo attivo nella vicenda, anche nell’eventuale percorso urbanistico necessario alla rifunzionalizzazione degli spazi industriali che non saranno più utilizzati. Il sindaco Canelli ha tuttavia chiarito che il tavolo comunale non può sostituirsi alle sedi della contrattazione sindacale, invitando l’azienda a ricercare un accordo con le organizzazioni dei lavoratori negli ambiti competenti.

La disponibilità dell’amministrazione rappresenta dunque un possibile sostegno ai futuri progetti di riconversione, ma non risolve il nodo centrale della vertenza: la tenuta occupazionale dello stabilimento novarese.

A oltre tre mesi dall’annuncio della chiusura di quattro impianti, il quadro industriale resta sostanzialmente immutato, mentre quello occupazionale continua a essere affidato a numeri che i sindacati giudicano insufficientemente chiari. E senza documenti, tempi certi e garanzie sulle ricollocazioni, la distanza tra le parti rimane tutta da colmare.

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Immagine di Cecilia Colli

Cecilia Colli

Novarese, giornalista professionista, ha lavorato per settimanali e tv. A La Voce di Novara ha il ruolo di direttore