Il sindaco Canelli: «Ecco perchè mi ricandido alle prossime elezioni»

L’unica cosa certa, a sette mesi dalle elezioni a sindaco di Novara, è che la campagna elettorale non è ancora iniziata nonostante non sia più un segreto per nessuno che il primo cittadino Alessandro Canelli (centrodestra) abbia deciso di ripresentarsi al voto del 2021. Ed è lui che, nonostante la preoccupazione per una nuova emergenza sanitaria, parla a tutto campo dei temi cruciali per il futuro della città, partendo da un bilancio complessivo di questi cinque anni di mandato.

Sindaco, sinceramente, qual è la situazione Covid in città?
A oggi il quadro non è allarmante, però c’è una legittima preoccupazione in seguito ai dati degli ultimi dieci giorni che indicano una forte tendenza al peggioramento. Penso che il lavoro della Asl sia molto efficace nelle scuole dal punto di vista dei tracciamenti e dei tamponi e questo consente di circoscrivere il più possibile il problema. Al momento in nessuna Rsa ci sono situazioni critiche. L’indicatore più significato è comunque e sempre la pressione sulle strutture sanitarie e l’utilizzo delle terapie intensive. Come già detto più volte, l’ospedale Maggiore è Hub di Quadrante dove vengono svolti centinaia di interventi importanti che hanno bisogno di terapie intensive libere, dunque il nostro ospedale non può più permettersi di fermare l’attività come è accaduto in primavera.

La scorsa settimana il governatore Cirio ha annunciato che l’ospedale di Borgosesia è il nuovo punto di riferimento Covid per il Piemonte orientale. È d’accordo con questa scelta?
La ritengo al ribasso perché quello di Borgosesia è un ospedale di secondo livello: non ci sono pneumologi, infettivologi e terapie intensive dunque si possono ricoverare solo pazienti a medio-bassa intensità o post acuzie. Ciò che serve è una struttura in grado di trattare un’eventuale emergenza con personale strutturato. Io avrei scelto l’ospedale di Vercelli, ma il piano regionale prevede di cominciare in questo modo e via via il coinvolgimento delle altre strutture.

Cosa può fare il Comune per i cittadini in seguito alla crisi economica causata dall’emergenza sanitaria?
Il Comune non ha risorse illimitate, anzi è uno dei settori che ha ricevuto un impatto fortemente negativo: le entrate stimate all’inizio dell’anno, quando ancora il Covid non c’era, sono diminuite  molto, circa il 10%, per questo motivo è intervenuto lo Stato con i trasferimenti straordinari. A livello nazionale Anci aveva chiesto contributi pari a 7 miliardi di euro, ne stanno ne arrivando 4,2 oltre a ulteriori interventi mirati e questo ci consentirà di stare a galla e di chiudere comunque il bilancio in equilibrio. Penso, però, che i problemi più grossi si verificheranno il prossimo anno: se non ci sarà la consapevolezza della situazione da parte del Governo, allora potrebbero aprirsi serie criticità.

 

 

A proposito del futuro, quali sono le grandi opere che Novara attende?
Ci sono nodi da sciogliere dai quali dipende lo sviluppo strategico della città: la logistica di Agognate e del Cim, Casa Bossi e l’ex Macello, l’area del Centro sociale, le ex caserme, la zona del vecchio ospedale, piazza Martiri e il parcheggio sotterraneo. Tutti progetti inseriti in un piano che abbiamo chiamato “Novara 2030”. Ad Agognate si sta costruendo un impianto di ultima generazione, un piccolo tassello nel quadro di logistica cittadina, che però si integra con il Cim venduto a un operatore privato in modo da portare avanti investimenti impossibili dal punto di vista economico nel settore pubblico. Contestualmente abbiamo affrontato il problema delle aree industriali dismesse di Sant’Agabio con la variante dell’ex Molino Tacchini e la bonifica dall’amianto agli ex Magazzini Cariplo. Per quella zona c’è un progetto da parte di un privato di  insediamento di attività residenziali, terziario e di ricerca.

Sulle caserme ereditiamo un progetto della precedente amministrazione che prevede il riutilizzo di una parte degli spazi destinandola ai pubblici uffici e attività socio culturali. Il Comune, però, non ha le risorse per occuparsene, così abbiamo deciso di affidarci al Demanio che, senza cambiare destinazione d’uso, provvederà alla vendita: noi guadagneremo il 15%, circa 1 milione di euro. Per l’ex Centro sociale, invece, l’operazione è più complessa perché la proprietà è a metà con la Provincia. A seguito di una perizia in grado di stimare il valore reale dell’area, partirà il bando per la realizzazione di uno studentato, un albergo, impiantistica sportiva, aree commerciali e un piccolo supermercato.

Recentemente, durante un’occasione pubblica, lei ha detto che a breve sarete in grado di portare in consiglio comunale il bando di Casa Bossi. Lo può confermare?
Ricordo che il progetto di Casa Bossi va di pari passo con la riqualificazione dell’ex macello. La scorsa settimana abbiamo ottenuto la congruità del valore delle aree, ora stiamo aspettando il nulla osta del Ministero per l’alienazione e, una volta ricevuto, il progetto potrà essere discusso in aula. Il Comune diventa, così, socio del fondo immobiliare con un diritto di riacquisto. La destinazione dell’immobile resta, a grandi linee, quella nota da tempo: residenze temporanee, uffici di rappresentanza, centri di formazione in ambito artistico e culturale, aree espositive, bar caffetteria e un ristorante con una scuola di cucina.

Due anni fa si parlava di sistema culturale integrato. A che punto è quel progetto?
È una rete che stiamo ancora disegnando e che diventerà un sistema cittadino. Ogni fondazione culturale potrà mantenere la propria autonomia cominciando, però, a collaborare e a disegnare progetti insieme. Quando il meccanismo sarà rodato, allora si può pensare di istituzionalizzarlo. Un sistema culturale, perchè sia forte, deve nascere e crescere non in maniera impositiva, ma attraverso le attività che man mano vengono portate avanti: il nostro compito è di creare le condizioni affinchè ciò avvenga.

Nel programma elettorale del 2016 lei scriveva: «È ora di pensare ai temi per il futuro di Novara. Tre sono i principali sui quali abbiamo puntato: la città dei giovani, delle famiglie, della sicurezza». Cosa è stato fatto in questi cinque anni?
Innanzitutto la sicurezza. La città aveva 80 telecamere neanche tanto ben funzionanti; noi abbiamo trovato più di un milione di euro per un impianto di 250 telecamere da collegare su una piattaforma tecnologica messa a disposizione delle forze dell’ordine sulla base di un piano che vidimato dal Comitato ordine e sicurezza pubblica della Prefettura. In questo momento sono in fase di installazione. Al termine di questo lavoro avremo un sistema di videosorveglianza capillare non solo nel centro storico, ma anche in parchi, scuole, e periferie. In più verranno controllati otto varchi di accesso in città con telecamere in grado di leggere le targhe in entrata segnalando mezzi rubati, senza revisione o assicurazione. Il secondo aspetto deriva dal fatto che cinque anni fa in città c’era un’insicurezza generale percepita dovuta alla presenza di un numero consistente di migranti, 560 per l’esattezza, distribuiti nelle strutture di accoglienza. Abbiamo convinto il prefetto che in quel modo non si poteva andare avanti e che era necessario cambiare strategia contingentando gli ingressi e distribuendo i migranti nel resto della provincia. In tre anni il numero è fortemente diminuito, ora sono meno di 200 e non ci sono più corridoi di migranti che si spostano a pranzo e a cena tra corso Vercelli e la Rotonda verso quelle strutture che facevano capo a un unico soggetto.

Infine abbiamo messo in campo una strategia con la Questura sulle attività da svolgere quali sgomberi di aree abbandonate, controlli nelle zone critiche, operazioni antidroga. I dati dicono che Novara è una delle città più sicure di medie dimensioni però c’è ancora molto da fare: stiamo implementando l’illuminazione pubblica e questo ha un risvolto dal punto di vista della sicurezza. Piazza Gramsci era invivibile, per anni hanno spadroneggiato gruppi di persone che facevano quello che volevano ed erano tutti italiani. Da un parte abbiamo lavorato su attività di controllo che possiamo definire repressive, dall’altra è stato costituito il Nucleo di prossimità, tra i primi in Italia, che ha aperto un dialogo con alcune fasce di popolazione, primi fra tutti i giovani, e lavora con la Procura, il Tribunale dei minori e la Prefettura: a volte basta solo parlare e dare delle alternative.

Famiglie e giovani invece?
In tema di famiglie, il primo provvedimento preso è stato l’abbassamento delle rette degli asili nido del 30%, ora siamo la città capoluogo in Piemonte con le rette più basse. Abbiamo impostato una politica culturale con due festival dedicati ai bambini: Scarabocchi con il Circolo dei lettori e Boom. Lavoriamo con i servizi sociali per andare incontro ai nuclei che fanno fatica a pagare le bollette, la spesa e i canoni delle case popolari. Abbiamo però notato che c’è un incremento enorme da parte delle autorità competenti di affidamento ai servizi sociali di intere famiglie e questo ha avuto un incremento enorme dei costi di gestione da parte del Comune.

Per quanto riguarda i giovani, la nostra idea è quella di mettere in campo un’operazione urbanistica creando più condizioni possibili perché Novara diventi città universitaria e per questo motivo devo esserci spazi di abitabilità. Inoltre la ex caserma Passalacqua sta diventando sempre di più Hub giovanile, una sorta di centro sociale istituzionalizzato, dove si concentrano associazioni in grado di integrare fasce diverse di popolazione. Ad esempio, è al vaglio un progetto finanziato dal Ministero attraverso il quale i nativi digitali potranno insegnare ad anziani e disabili l’utilizzo di pc e smartphone.

Sempre facendo riferimento al programma di cinque anni fa, lei dichiarava: «Studieremo una soluzione più efficace per i parcheggi nell’area del mercato coperto aprendo anche alla ristorazione con lo spunto offerto dal mercato metropolitano di Milano». Tutto ciò, però, non è avvenuto.
Si tratta di un’area ritenuta poco appetibile. Di recente, però, abbiamo ricevuto un’offerta per l’acquisto della campata inutilizzata e della palazzina comunale di largo don Minzoni (ex vigili). Chi si candida a ristrutturare e valorizzare queste due strutture, gestirà anche i parcheggi sotterranei. Il bando sarà pubblicato entro la fine di novembre.

Considera la sua amministrazione attenta alle politiche green?
Sul piano strategico della sostenibilità ambientale stiamo lavorando su diversi temi. Dal punto di vista della qualità dell’aria, al di là degli interventi sul blocco del traffico che hanno un’incidenza minima, bisogna intervenire sul piano strutturale e l’operazione migliore è quella di portare il teleriscaldamento in città che consentirebbe di eliminare centinaia di caldaie, vere responsabili dell’inquinamento. Siamo in attesa della proposta da parte di una primaria società nazionale, un investimento da stimare intorno ai 100 milioni di euro. In tema di verde urbano, invece, siamo l’amministrazione che ha piantato più alberi nella storia, abbiamo anche acquistato un bosco di tre ettari con 8000 piante. Per quanto riguarda la mobilità sostenibile, abbiamo avuto il primo incontro con la società di Perugia che ha vinto il bando per la realizzazione del Pums. Il progetto prevede la razionalizzazione del trasporto pubblico, nuove piste ciclabili e un biciplan identico a quello realizzato nella città di Pesaro.

Da tempo non si parla più concretamente della Cittadella dello sport.
Perché il progetto è fermo. Dobbiamo capire quali sono le condizioni rispetto al disegno che inizialmente era stato presentato. Sono in atto una serie di valutazioni: Novara, come le altre città in Italia, potrebbe ricevere dal Recovery Fund ingenti risorse finanziarie per investimenti importanti, quindi stiamo valutando se portare avanti questa operazione da soli senza il coinvolgimento del privato.

Perché nel 2016 ha deciso candidarsi a sindaco di Novara e ora ha scelto di riproporsi?
Cinque anni fa pensavo che questa città avesse bisogno di una svolta: era impaludata, senza visione e non sapeva quale direzione prendere. Credo anche che un sindaco, dopo aver governato per un mandato, abbia il dovere di ricandidarsi per capire se ha lavorato  bene. L’obiettivo è, dunque, quello di portare avanti l’attività che non è stata finita nei primi cinque anni, soprattutto con un piano strategico che guarda al futuro: non mi piace lasciare le cose a metà.

Come valuta il suo rapporto con le opposizioni in consiglio comunale?
Alcune decisioni delle minoranze di appoggiare le scelte amministrative hanno dimostrato senso di responsabilità. A volte i consiglieri di minoranza mi fanno arrabbiare perché usano temi in modo strumentale, però è un aspetto che fa parte del loro ruolo. Penso, comunque, che un’opposizione ben strutturata vada a vantaggio di tutta la città.

Quale considera il miglior successo e la peggiore delusione del suo mandato?
Aver instaurato un rapporto sincero e dialogante con i cittadini lo considero un successo. È quello che ho sempre cercato di fare anche se non sono sempre riuscito. Credo che l’attività di dialogo e la considerazione nei confronti con certe fasce di popolazione sia fondamentale: io credo di averlo fatto bene, ma saranno le elezioni a dirlo. La delusione, invece, riguarda le lungaggini causate dalla troppa burocrazia: non siamo ancora riusciti a incidere in modo efficace su tutte le procedure amministrative che appesantiscono le attività dei cittadini e delle imprese.

Considererebbe una sconfitta un eventuale ballottaggio?
La sconfitta ci sarà solo se perderemo. L’importante sarà vincere per poter continuare con il lavoro fatto finora.

 


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