Fotografia e architettura a dialogo: Faraboni emoziona la platea di “Vedere < Fare”

Un confronto tra la forza evocativa dell’immagine e la concezione dello spazio. Ha registrato una grande e sentita partecipazione il primo incontro del progetto “VEDERE < FARE – Fotografia e Architettura a dialogo”, organizzato nella sede dell’Ordine degli Architetti, Paesaggisti, Pianificatori e Conservatori delle province di Novara e Verbano-Cusio-Ossola, con il coordinamento della commissione cultura.

La giornata ha unito l’esposizione collettiva nata dalla open call gratuita “SCATTA IL TUO LUOGO con un potenziale!” alla testimonianza del celebre fotografo novarese Maurizio Faraboni. Come ha spiegato il presidente dell’Ordine, Matteo Gambaro «la chiamata alle arti rivolta ai colleghi ha permesso di raccogliere immagini di architetture e luoghi del Novarese e del Vco ritenuti interessanti ma non vissuti come meriterebbero, portatori di un potenziale significativo tale da suggerire interventi futuri». L’architettura diventa così il centro di uno sguardo proteso verso il domani: Romina Emili, referente della commissione cultura, ha infatti ricordato come «progettare significhi gettarsi in avanti, poiché i luoghi e le persone sono la materia stessa del cambiamento».

Dalla moda all’etica del reportage sociale

Il cuore dell’evento è stato l’intervento di Maurizio Faraboni, professionista pluripremiato a livello internazionale, che ha ripercorso le tappe di una carriera segnata da una radicale e coraggiosa virata. Dopo gli inizi nel remunerativo mondo della moda e la “folgorazione” seguita all’incontro con Monty Shadow, il fotografo si è scontrato con un vuoto di senso. Di fronte a scatti tecnicamente e creativamente perfetti, si è chiesto se quel mondo patinato lo rappresentasse davvero, decidendo così di mettere l’etica al primo posto e di abbracciare la complessa strada del fotoreportage.

Il suo obiettivo ha iniziato a immortalare i drammi più profondi dell’umanità. Faraboni ha raccontato del suo impegno ventennale sul tema della lebbra, piaga affrontata viaggiando decine di volte in Africa, dal Benin fino al Senegal, spinto anche dall’esempio della sua “mamma africana”, la novarese Celestina Fortina, attiva nel lebbrosario di Sowane. La sua macchina fotografica ha documentato la vita dei ragazzi delle fogne di Bucarest, avvicinati grazie a Miloud Oukili, ma anche le moderne schiavitù dei tagliatori di canna da zucchero in Repubblica Dominicana, l’impatto devastante del Fentanyl a Filadelfia e il rito del woodoo ad Haiti.

La guerra, le architetture violate e i prossimi appuntamenti

Il racconto visivo di Faraboni si è spinto fino alle grandi emergenze migratorie e ai conflitti. Dai reportage sulla rotta balcanica firmati con Fausto Biloslavo e Tony Capuozzo, fino all’inferno del ghetto di Rignano Garganico, il fotoreporter novarese ha attraversato i teatri di guerra della ex-Yugoslavia, dell’Albania, del Libano, della Siria e della martoriata Ucraina, dove ha fatto ritorno lo scorso luglio. Proprio mostrando gli scatti di Kiev, Faraboni ha chiuso il cerchio con il tema della giornata: l’architettura, specialmente quando è distrutta o violentata, diventa fondamentale per raccontare un contesto, ma al suo interno egli sceglie sempre di inserire l’uomo, assoluto protagonista nel bene e nel male.

La rassegna, dopo il lungo momento dedicato alle domande del pubblico, non si ferma. L’architetto Emili ha confermato che il format interattivo proseguirà con altri grandi nomi della fotografia professionistica: il 24 settembre sarà ospite Marco Introini, mentre il 1 ottobre toccherà a Giovanni Hanninen.

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