Verso il nuovo Piano regolatore: il dibattito sul futuro di Novara. L’intervista all’urbanista Giovanni Gramegna

Che forma avrà la Novara del futuro? Con l’avvio dell’iter per il nuovo Piano Regolatore Generale (PRG), la città si trova di fronte a un bivio cruciale che ne ridisegnerà l’identità, l’economia e la vivibilità per i decenni a venire. Per analizzare le dinamiche in gioco e le prospettive di sviluppo, abbiamo incontrato Giovanni Gramegna, architetto e urbanista di lungo corso. Memoria storica della pianificazione cittadina, ha mosso i primi passi da studente nello studio Gregotti durante la stesura del PRG del 1963. Gramegna offre uno sguardo critico e attento sulle trasformazioni territoriali odierne e sulle occasioni che il capoluogo rischia di lasciarsi sfuggire.

Architetto Gramegna, il nuovo PRG detterà le regole di sviluppo per i prossimi decenni. Qual è la vocazione principale che questo piano assegna a Novara e ritiene che sia quella più corretta per la competitività della città?

«Premetto che del nuovo Piano conosco solo le linee guida elaborate dall’ufficio di Piano nel 2023 e quanto sta emergendo nelle sedute delle commissioni di queste settimane che indicano, a mio parere, solo un percorso, virtuoso e condivisibile, per la formazione del nuovo Piano. Il generale riferimento all’agenda ONU 2030 e gli obiettivi o gli interventi proposti vogliono rappresentare, credo, il necessario, utile condiviso riferimento “culturale” del gruppo di lavoro dell’ufficio di piano: la riduzione del consumo di suolo, la rinaturalizzazione e de-pavimentazione delle sue parti, la città dei 15 minuti, l’efficientamento del trasporto pubblico, la green belt, il piano energetico comunale, sono certamente un segno positivo di cambiamento. Sembrano, però, limitare gli obiettivi del Piano alla sola costruzione di una città più ordinata, più verde e più resiliente, per la quale, però e poco opportunamente, sembra confermata la vocazione logistica. 

I sette/otto livelli di approfondimento per delineare le linee strategiche di piano sembrano ancora molto lontani dalla definizione di un progetto per la città degli anni ‘40/50. Di una città capace di superare e recuperare il forte declino economico e sociale che prosegue, inesorabile, da diversi anni. L’impressione è quella di un piano che si limita ad un necessario intervento di manutenzione ordinaria e straordinaria della città e che, in questo senso, mi ricorda un po’ il piano dell’architetto Rizzi degli anni ’80. Anche quello fatto in casa, anche quello con al centro il tema della città costruita e del recupero e riuso del patrimonio urbanistico ed edilizio esistente.

Il PRG di Rizzi, però, per tentare di fermare il declino che già si evidenziava in quegli anni, aveva proposto il CIM e, successivamente, lo sviluppo dell’insediamento universitario e la trasformazione delle aree industriali dismesse di Sant’Agabio con la formazione di un polo scientifico e tecnologico. Nel nuovo Piano, per ora niente. Oggi come allora, però, I temi della formazione, della ricerca e dell’innovazione, possono diventare un riferimento fondamentale per un nuovo modello di sviluppo, una nuova idea di città e il suo rilancio sociale, economico e culturale.

Con una adeguata politica di sviluppo industriale, i temi della formazione, della ricerca, dell’innovazione, della cultura e dell’ambiente possono svolgere un ruolo fondamentale per la competitività del sistema, intesa come capacità di attrarre investimenti innovativi, garantire una ricaduta socioeconomica positiva e la crescita di livelli occupazionali qualificati, stabili e duraturi.  Per questo è assolutamente necessario un progetto di sviluppo dell’insediamento universitario, delle attività di ricerca e delle attività culturali.

Novara da città che ospita l’università deve e può diventare una “città universitaria”. Occorre un significativo incremento dell’offerta formativa, auspicabilmente con indirizzo scientifico, e raggiungere un rapporto tra studenti universitari e residenti almeno pari ad 1 su 5 (attualmente 1 su 11) come in quasi tutte le città universitarie italiane. Punto di partenza ideale per questo percorso è certamente la sede attuale dell’Ospedale Maggiore».

Si parla molto di “consumo di suolo a saldo zero” e di recupero delle aree dismesse. Leggendo le linee guida del PRG, ritiene che questo principio sia stato realmente applicato o ci troviamo di fronte a un compromesso?

«La riduzione di consumo di suolo mi pare una soluzione obbligata più che una scelta del nuovo Piano. Le aree a destinazione produttiva sono esaurite. Rimane l’area T3b a Pernate, ma con l’adeguamento del Piano al Piano Paesistico Regionale anche quell’area non dovrebbe più essere disponibile per ipotesi insediative e nuovo consumo di suolo.

Per le aree residenziali la capacità insediativa di PRG viene giustamente ridotta a 111.700 abitanti (studio IRES) a fronte degli oltre 140.000 abitanti previsti dal PRG vigente. Il patrimonio abitativo non occupato sembra poi superare le 3.500 unità, con una capacità insediativa di 5/6.000 abitanti. Inevitabile, dunque, prevedere la riduzione delle aree edificabili e, spero, confermare gli obiettivi della Comunità europea per il 2050 per consumo di suolo zero.

Da ultimo occorre poi considerare che la città di Novara rientra tra i Comuni obbligati ad attuare il PNR (piano di rinaturalizzazione) del 1 settembre 2026, che prevede ed impone ‘nessuna perdita netta di spazio verde urbano (USG) e di copertura arborea (UTC) entro il 2030 rispetto ai dati del 2021′».

Novara soffre storicamente di una certa scollatura tra il centro e i quartieri periferici. Questo strumento ha la forza progettuale per ricucire la città o rischia di creare nuove isole a sé stanti?

«In una città come la nostra, di dimensioni contenute e relativamente compatta, il tema delle periferie è sempre stato al centro dell’attenzione dei nostri Piani Regolatori; sostanzialmente con i due aspetti concorrenti: quello della qualità delle periferie e quello della proposizione di una città policentrica. 

Sulla qualità delle periferie può essere un utile riferimento il piano degli architetti Meneghetti e Gregotti, certamente innovativo anche sotto questo aspetto.  Un Piano nato negli anni del boom economico e di forte industrializzazione del Paese, di grandi migrazioni interne e di una grave emergenza abitativa specie nelle città del triangolo industriale Milano, Torino, Genova, caratterizzate dalla nascita di enormi periferie dormitorio.

Nel loro Piano, invece, era prevista la formazione di 15 “comprensori residenziali”, dotati ciascuno di una buona autonomia funzionale e di una propria identità. Tre di questi erano destinati all’edilizia economica e popolare; erano integrati e non emarginati in nuove periferie e proponevano un modello insediativo certamente innovativo, fondato sul recupero della pedonalità, la realizzazione di spazi collettivi ed associativi, la formazione di attrezzature commerciali ed artigianali integrate, l’attrezzatura qualificata delle aree verdi. 

Era sostanzialmente quella che noi oggi chiamiamo la città dei 15 minuti. Un modello che è giustamente assunto come obiettivo del nuovo PRG e, in questa prospettiva, le linee guida indicano giustamente come prioritaria la densificazione delle aree urbanizzate e insieme la connessione urbana mediante un efficiente trasporto pubblico.  

Sul secondo tema, quello della città policentrica, anche al di là dei due grandi parchi urbani dell’Agogna e del Terdoppio, previsti e confermati in tutti i Piani Regolatori della città, ricordo lo sviluppo dell’insediamento universitario prima alla Rotondi poi alla ex Wild e il progetto di trasformazione delle aree industriali dismesse di Sant’Agabio con la formazione di un polo scientifico e tecnologico. Più recentemente è in fase attuativa il trasferimento dell’ospedale e dell’università nella zona sud, nel quartiere di porta Mortara.

Non conosco le esigenze insediative di Silicon Box e le ragioni del suo insediamento ad Agognate, “fuori le mura”, Nelle mie fantasie avrebbe potuto essere, forse, l’occasione ideale per la definitiva riqualificazione delle aree industriali dismesse di Sant’Agabio, vicine ai centri di ricerca ENI, Novamont, Isagro, Novara sviluppo, MEMC. Oggi forse il tema del rapporto centro-periferia rischia di essere inverso e relativo della desertificazione del centro storico.

Ed anche per questo il recupero e riuso delle aree dell’ospedale e delle caserme è tema cruciale per la città ed il suo territorio. Ed essendo queste le ultime importanti “risorse disponibili” io auspico venga affrontato con un progetto unitario, con un masterplan esteso alla generalità delle aree dismesse ed abbandonate, capace di dare risposte adeguate ai nuovi fabbisogni della città, presenti e futuri».

Volendo sintetizzare la sua visione su quanto emerso fino ad ora dal documento programmatico del PRG, qual è il bilancio finale?

«Il tema dell’emergenza climatica (forse il tema più caldo del momento) è forse il tema più trascurato per il nuovo Piano. Le linee guida ne fanno cenno al capitolo ambiente dove, per mitigare le ondate di calore, vengono indicati lo sviluppo delle aree verdi, la rinaturalizzazione e la de-pavimentazione (la città spugna). Non mi pare altro.

L’ONU ha ormai certificato, purtroppo, il superamento dei 1,5 gradi degli accordi di Parigi del 2015.  Il mondo scientifico avverte l’urgenza e chiede con forza di azzerare da subito le emissioni di gas serra nella speranza di limitare il più possibile il superamento della soglia. L’accordo europeo sul clima del 2020 prevedeva di ridurre le emissioni del gas serra del 55% entro il 2030 e di essere climaticamente neutrali entro il 2050. 

Per raggiungere la neutralità climatica non è sufficiente “piantare alberi”: occorre un intervento più complessivo su uso del suolo, energia, mobilità, consumi, edifici, industria, agricoltura. Se non ricordo male qualche tempo fa il Sole 24 ore, con riferimento alle attività della logistica, aveva stimato per il nostro territorio, la movimentazione di 6.200 tir/giorno con emissioni di CO2 di oltre 400.000 tonnellate/anno

Tenuto conto che un albero molto efficiente, per assorbire 3 tonnellate di CO2 impiega 20 anni, hai voglia piantare alberi. Dobbiamo cambiare stile di vita e modello di sviluppo per fare riferimento alla cultura della sostenibilità. A cominciare dal nuovo Piano Regolatore».

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Immagine di Luca Galuppini

Luca Galuppini

25 anni, laureato con lode in Politics, Philosophy and Public Affairs all'Università degli Studi di Milano, lavora come addetto stampa.