Una prescrizione della Soprintendenza rischia di trasformare un intervento nato per rendere più efficiente un edificio pubblico in un caso destinato a far discutere. Al centro della polemica c’è il cantiere di riqualificazione energetica della Palazzina Caretto, sede di nòva nell’ex Caserma Passalacqua di Novara, dove l’obbligo di installare pannelli fotovoltaici di colore rosso, in armonia con il tetto storico dell’edificio, secondo l’associazione comporterebbe una drastica riduzione della produzione di energia a fronte della stessa spesa pubblica.
A denunciare la situazione è il presidente dell’associazione nòva, Mattia Anzaldi, che chiede alla Soprintendenza di rivedere la prescrizione definendola «anacronistica» e incompatibile con gli obiettivi di sostenibilità che hanno ispirato l’intero progetto.
Il cantiere, avviato nell’aprile 2025 e finanziato dal Comune di Novara nell’ambito del Partenariato speciale pubblico-privato che lega l’amministrazione all’associazione, è stato concepito proprio per migliorare le prestazioni energetiche dell’edificio. Oltre al cappotto termico e ai nuovi serramenti, il progetto prevede impianti completamente elettrici, la raccolta delle acque piovane e un impianto fotovoltaico destinato a ridurre i consumi e rendere nòva un vero “rifugio climatico” per il quartiere durante i mesi più caldi.
È proprio sull’impianto fotovoltaico, però, che si è aperto lo scontro. La Soprintendenza ha infatti imposto che i pannelli siano di una colorazione assimilabile a quella del manto di copertura, quindi rossi anziché neri. Una prescrizione che l’associazione afferma di essere l’unica, tra tutte quelle ricevute nel corso dell’intervento, a non poter accettare.
Secondo i calcoli diffusi da nòva, con i 184.434 euro previsti per il fotovoltaico sarà possibile installare pannelli per una potenza complessiva di 38,5 kWp. Con la stessa cifra, utilizzando pannelli tradizionali di colore nero, si arriverebbe invece a 74,11 kWp, quasi il doppio. L’associazione sostiene inoltre che, a parità di potenza installata, la soluzione prescritta costerebbe circa 87 mila euro in più rispetto ai pannelli standard.
«Con gli stessi soldi pubblici – attacca Anzaldi – i pannelli che ci impongono producono la metà dell’energia. Mentre le città vanno in tilt per il caldo, a noi si chiede di rinunciare a metà del nostro sole per una questione di colore. In un momento storico in cui l’emergenza climatica dovrebbe essere in cima alle agende di ogni istituzione, la Soprintendenza obbliga a scelte anacronistiche e dalle ricadute sociali ingiustificabili».
Sempre secondo le stime elaborate dall’associazione, la prescrizione comporterebbe una perdita di circa 46 mila chilowattora di energia pulita all’anno, oltre a un mancato risparmio in bolletta superiore agli 11 mila euro annui. Un impatto che si concentrerebbe soprattutto nei mesi estivi, proprio quando lo spazio dovrebbe garantire ambienti climatizzati e accoglienti per la cittadinanza.
«Per la stessa potenza il colore rosso costa 87 mila euro in più ai cittadini. Sono soldi pubblici spesi per un dettaglio estetico, mentre ci chiediamo come rendere sostenibili i nostri spazi», aggiunge il presidente di nòva.
L’associazione precisa di non mettere in discussione il ruolo della Soprintendenza nella tutela del patrimonio storico. Durante il cantiere, spiegano i responsabili, sono state accolte tutte le altre prescrizioni impartite dall’ente, anche quando hanno comportato maggiori costi, ritardi e modifiche al progetto originario. La contestazione riguarda esclusivamente il vincolo relativo ai pannelli fotovoltaici.
Per sostenere la propria posizione, nòva richiama anche alcuni orientamenti del Consiglio di Stato che riconoscono la produzione di energia da fonti rinnovabili come interesse pubblico primario, da bilanciare con la tutela paesaggistica. Secondo l’associazione, nel caso della Palazzina Caretto il sacrificio imposto alla produzione energetica sarebbe sproporzionato rispetto al beneficio estetico perseguito.
Anzaldi respinge infine anche l’idea che la visibilità dei pannelli rappresenti un elemento di disturbo per il contesto storico. Al contrario, richiama studi internazionali secondo cui la presenza visibile di impianti fotovoltaici favorirebbe la diffusione delle energie rinnovabili, contribuendo a rendere più naturale la transizione energetica.
«Abbiamo accolto ogni richiesta della Soprintendenza – conclude – ma spendere più soldi pubblici per produrre meno energia pulita oggi non è moralmente accettabile. La transizione energetica non va nascosta: va mostrata e incoraggiata».
Per questo l’associazione chiede ora la revisione della prescrizione e l’autorizzazione all’installazione di pannelli fotovoltaici neri standard, così da completare il progetto di efficientamento senza ridurre la produzione di energia né aumentare il costo a carico delle risorse pubbliche.








