Novara Jazz, dal Broletto alla Giannoni: Bosso infiamma il festival, ma la scena è tutta contaminazione

Yvonne Moriel, giovane sassofonista e flautista austriaca apre i concerti della serata di venerdì nel chiostro della Canonica del Duomo di Novara che si adatta perfettamente al jazz, al dub e all’elettronica leggera del suo gruppo, un quartetto con Stephanie Weninger (moog e tastiere), Lorenz Widauer (tromba), Raphael Vorraber (batteria), sound disteso, sax con la capacità di coglierne i toni più pacati e quelli più multiformi con una temperanza che ben si adatta anche ai silenzi del luogo. Il tempo della degustazione di un risotto al gorgonzola offerto nel dopo concerto e la carovana si trasferisce sotto il palco principale del Broletto dove la prima parte del concerto serale prevede una realizzazione firmata WeStart-Centro di produzione del Piemonte Orientale, costola di Novara Jazz, ovvero “Instant Chyper”, performance di musica e urban dance.

Se, come amava dire Frank Zappa, “scrivere di musica è come ballare di architettura”, figuriamoci scrivere di danza… Ma proverò a dirvi di come i corpi dei tre performer (Michael Rossi, Laura Dal Checco, Serena Ballarin), sembrano scrivere nell’aria una partitura per movimenti di corpi che interseca il jazz a tratti ambientale e a tratti energico e ritmato della formazione che vede Beppe Scardino al sax baritono, flauto, basso ed elettronica, Miriam Fornari alle tastiere e synt, Marco Frattini alla batteria ed elettronica.

Per concludere la serata Daoud trombettista franco-marocchino (ma come dicono a Parigi ormai tutti sono “franco-quelque chose” (ed è meglio così) che sembra danzare con la sua tromba su una corda tesa su jazz, funk, hip-hop, afro beat. Un grande concerto di un personaggio che ama sollecitare il pubblico e ne attende le reazioni.

Sabato mattina alla buon’ora, nel delizioso cortile del biscottificio Camporelli, luogo di eccellenza gastronomica della città, è la volta di Naomi Berrill, compositrice e violoncellista irlandese che vive a Firenze, che conduce il numeroso pubblico su sentieri jazz-folk, un percorso attraverso la musica orientale, quella mediterranea, quella irlandese di composizioni tradizionali e originali della Berrill, comprensivi di un bell’omaggio a Nina Simone coniugata al violoncello. Concerto soft per inaugurare una giornata molto impegnativa a cominciare dalle lacerazioni elettroniche e dai testi politici “vecchia maniera” del set delle “Withcess” ovvero Andrea Giordano (voce, flauto ed elettronica), Silvia Cignoli (chitarra elettrica, elettronica), Francesca Remigi (batteria) che puntano tutto sull’accoppiata, in fondo mai tramontata, di musica e impegno politico che sembra dare fastidio ancora (e questo è un buon segno). Suoni duri, taglienti, senza remore ma di grande intensità e dal vibrante messaggio di denuncia sociale attraverso testi riprodotti e ben amalgamati nelle composizioni.

Pomeriggio nel cortile di Palazzo Bellini con il piano di Rita Marcotulli, un jazz amabile, fluente come il ricordo di tante melodie che vengono dallo spirito del popoli ma anche dalle tante citazioni cinematografiche. Una su tutte quella che la Marcotulli racconta ad un pubblico quantomai attento, un brano che prende origine dal leggendario monologo davanti allo specchio di Antoine Doinel dal film “Baci rubati” di François Truffaut che la compositrice romana, trasforma in un brano per piano con l’aiuto del linguaggio dell’alfabeto Morse, una prova di estrema contaminazione dei linguaggi di cui il jazz è sempre stato portatore.

“Alsogood” è le nom del plum di Francesco Lo Giudice che con Pierpaolo Tancredi alla batteria, Alessandro Pollio alle tastiere e Call Collen al sax, ha il compito di squassare l’inizio dei concerti serali a colpi di un hip hop energetico e come potrebbe essere diversamente con un sassofonista così impetuoso? “Alsogood” dichiara apertamente di voler turbare e dare un senso nuovo alla “musica vecchia” così si esprime senza mezze misure, ma in realtà non è affatto uno scellerato, anzi un amabilissimo assemblatore e creatore di nuovi materiali sonori in un mondo musicale in cui distinguersi diventa davvero un’operazione improba. Anche questo concerto è stato prodotto da WeStart la cui collaborazione al Festival novarese sembra essere ormai essenziale proprio per la scoperta e il sostegno a valenti giovani (ma anche meno giovani) musicisti.

Quello che viene dopo sul palco del Broletto appartiene ormai alla storia del storia del jazz italiano e internazionale ovvero Fabrizio Bosso e il suo “Spiritual Trio” (con Alberto Marsico all’Hammond e Alessandro Minetto alla batteria). Facciamo un po’ di facile cronaca dicendo che la tromba di Bosso squarcia il cielo del nobile cortile novarese ma senza non ricordare che le sue sonorità avvolgenti portano con sé echi di gospel, spiritual, hard-bop che hanno il magico potere di riambientare (un verbo molto migliore di “remigrare”) il pubblico sempre in atmosfere diverse. Un concerto strepitoso che ha letteralmente eccitato un pubblico non uso ai facili entusiasmi. Se ne è accorto anche Bosso che si concede un peripatetico bis tra la platea con un “A Sentinental Mood” che trasforma l’entusiamo in delirio. Inutile aggiungere altro.

E siamo alla fine della interminabile cavalcata, l’ultimo giorno del Festival che si apre con il tradizionale concerto d’organo che quest’anno, nella Chiesa di San Giovanni decollato ad Fontes vede impegnato il Maestro Nicola Tirelli che con il jazz e altre influenze ha le mani in pasta da tempo ed è tanto più meritevole che ciò sia fatto su uno strumento sontuoso come l’organo e che va ad intaccare qualsiasi pregiudizio che vuole questo strumento adatto solo a certe circostanze o ambiti. Non posso tacere la grande apertura mentale di Andrea Daffara e della Confraternita che cura questa chiesa-scrigno, sempre aperto ad accogliere forme non canoniche di spiritualità.

Non c’è tempo da perdere a Novara Jazz e alle 11.30 davanti alla “Sinfonia del Mare” di Filiberto Minozzi, della Galleria Giannoni dove, come da tradizione consolidata, si tiene un assolo di contrabbasso e quest’anno è la volta di Claude Tchamitchian che il musicista dedica alla musica della sua terra d’origine ovvero la Georgia. Il jazz, più di ogni altro genere musicale, è come il sangue delle persone ovvero mescolato dalle storie personali, dagli spostamenti dei popoli, dalle origini, dalle destinazioni, dagli incontri con altre persone.

È così anche per Tchamitchian (anch’egli Chiave d’oro di NJ) la musica della terra natia è mescolata alla ricerca fatta sulle corde del suo vecchio contrabbasso dove vibra il vecchio e il nuovo, la tradizione e l’avanguardia e il bello nel jazz, ma non solo, è che proprio attraverso queste ibridazioni nasce o rinasce, una bellezza nuova.

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Immagine di Mario Grella

Mario Grella

Nato a Novara, vissuto mentalmente a Parigi, continua a credere che la vita reale sia un ottimo surrogato del web.