La lezione di vita di Maria Falcone: «Ragazzi, sconfiggiamo la mafia sul piano culturale»

Salone del libro - Incontro tra la sorella di Giovanni Falcone e gli studenti a trent'anni dalla strage di Capaci. Domani incontro con Interlinea

Giovanni diceva sempre: per sconfiggere la mafia è necessario farlo sul piano culturale. Non basta la repressione, ma che i giovani comprendano come devono atteggiarsi nei confronti e rifiutare l’esistenza della mafia».

Così Maria Falcone, per i trent’anni dall’attentato al fratello magistrato, ha aperto ieri, 19 maggio, il ciclo di incontri al Salone internazionale del libro di Torino. Intervistata dal direttore de la Stampa, Massimo Giannini, è intervenuta di fronte a un centinaio di studenti delle scuole primarie. Una donna dal temperamento forte e una ferita ancora aperta che riguarda tutta l’Italia. Ma nonostante questo, da nessuna delle sue parole traspare rancore nei confronti di chi ha ucciso il fratello.

Alla domanda: «Da piccolo Giovanni voleva fare il magistrato? » Maria ha risposto: «Giovanni da piccolo voleva da Zorro con un istinto innato per la protezione dei deboli e per riparare le ingiustizie. Era un ragazzo normale, con grande senso del dovere che negli anni è diventato una religione: nel portafoglio portava sempre una frase di Kennedy “Un uomo fa quello è suo dovere fare quali siano le conseguenze anche personali”. Era anche un studente, ma non era secchione e faceva sempre copiare i suoi compagni di scuola».

Secondo la sorella Maria, Giovanni Falcone non avrebbe voluto essere un eroe «ma solo un bravo magistrato. Aveva fatto il concorso per entrare in Marina, ma c’era posto solo per i primi cinque e lui era arrivato settimo. Allora, anche per accontentare nostro padre, aveva deciso per la magistratura, un lavoro dove non servivano raccomandazioni».

Durante l’incontro, Giannini ha definito Falcone «il più grande magistrato che ha avuto l’Italia per il modo di affrontare i processi, perché ha subito critiche e tradimenti; nella sua battaglia molti suoi colleghi che fingevano di sostenerlo, invece lo contestavano e lo intralciavano».

«Giovanni è stato uno dei magistrati più “trombati” l’Italia – ha dichiarato la sorella Maria il sorriso sulle labbra -. Ha subito tante sconfitte, nonostante il successo del maxi processo. Lui è Paolo Borsellino sono stati visti come “il nemico pubblico numero uno” non solo dalla mafia. Perchè dietro ogni strage, non c’è solo la mafia: ha incontrato poteri occulti dietro la mafia che tramavano contro di lui cercando di delegittimarlo in modo che la gente, una volta morto, potessero dire “se è finita così qualcosa di male l’avrà fatto”. Addirittura qualcuno diceva che l’attentato sventato dell’Addaura l’aveva creato lui per darsi importanza: la ferita più grande che abbia dovuto subire.

«Nel 1991, quando il presidente Bush è stato in visita in Italia, ha chiesto di incontrare Giovanni: immaginate l’invidia dei colleghi che vedevano il rapporto tra Giovanni e gli Stati Uniti come pericolo da scongiurare».

Maria Falcone ha poi svelato la “strana” telefonata ricevuta dall’allora presidente della Repubblica, Francesco Cossiga: «Dopo l’attento a Giovanni e a Paolo, a Palermo c’è stata la rivoluzione da parte dei procuratori nei confronti del procuratore capo Pietro Giammanco. Avevano chiesto l’intervento del Consiglio superiore della magistratura e io mi ero resa disponibile a dare una mano. È stata in quell’occasione che ho ricevuto una telefonata di Cossiga che mi chiedeva che cosa avevo intenzione di dire al Csm, lo stesso a Borsellino continuava a ripetere “Stia attento perché il prossimo sarà lei”. Quella chiamata dimostrava gli interessi che c’erano dietro a tutto ciò che riguardava la vita e il lavoro di Giovanni».

Maria Falcone è autrice con Lara Sirignano di “L’eredità di un giudice. Trent’anni in nome di mio fratello Giovanni” edito da Mondadori.

Domani, 21 maggio, alle 10.45, al lavoratorio Biblioteca del padiglione 2, incontro con Antonio Ferrara autore di “Le papere di Falcone”: la papera rapita era una delle tantissime papere di legno, di ceramica e di altri materiali che collezionavo, a casa e in ufficio. Le collezionavo per ricordarmi di non commettere errori, di non fare più “papere”, appunto, come quella volta all’inizio della mia carriera, quand’ero ancora poco più di un ragazzo». In questo libro Antonio Ferrara racconta ai bambini, con l’ironia che gli è congeniale, Giovanni Falcone, magistrato in prima fila contro la mafia.

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Cecilia Colli

Cecilia Colli

Novarese, giornalista professionista, ha lavorato per settimanali e tv. A La Voce di Novara ha il ruolo di caporedattore.

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