La Regione investe 10 milioni e riorganizza la medicina del territorio

La Regione investe 10 milioni e riorganizza la medicina del territorio. Un progetto messo in campo dall giunta Cirio a partire dal 2021 oltre ai 17,3 milioni di euro già destinati dalla stessa Regione alle attrezzature sanitarie di diagnostica di primo livello a favore dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta e all’investimento di 7 milioni di euro stanziati il 20 novembre scorso per la telemedicina.

Lo scopo di quella quella che lo stesso governatore ha definito come «la riforma della medicina territoriale» dovrà garantire l’effettiva realizzazione della continuità delle cure, la presa in carico della cronicità e una migliore accessibilità alle prestazioni, anche nei territori con caratteristiche di zona disagiata.

«Il Piemonte è tra le regione d’Italia che ospedalizza di più – ha affermato Cirio in conferenza stampa – proprio perchè manca il filtro territoriale che permette le cure a casa oppure in strutture come le case della salute che sono rimaste un’intenzione mai diventata realtà. A giugno avevamo implementato il contratto con i medici di base e definito le azioni di contact tracing: un primo momneto di una costruzione di medicina del territorio che non esisteva. La pandemia ci ha insegnato quali sono stati gli errori del passato e chi ha avuto a disposizione una medicina del territorio ha funzionato meglio ed è riuscito a risparmiare».

Uno dei progetti è quello di potenziare le attuali forme associative di “medicina di gruppo” e “medicina di “rete” della medicina generale. I medici che sceglieranno di lavorare in una di queste due modalità associative potranno essere supportati da personale di studio. In particolare, il 60% dei medici potrà disporre di personale di segreteria (oggi sono il 43%) e il 40 per cento di personale infermieristico (oggi sono il 19%).

 

 

La modalità di lavoro in gruppo consente le maggiori sinergie ed economicità di scala (per esempio permette di sommare i singoli rimborsi per personale di studio e infermiere e di suddividere le varie spese) e nel contempo la maggior soddisfazione per i cittadini, che trovano così un’offerta di prestazioni allargata, comprese le proposte di medicina proattiva, e un medico disponibile per più ore mattino e pomeriggio.

Nei territori molto ampi, con popolazione scarsa e ambulatori medici più dispersi, invece, la scelta migliore potrà essere la medicina in rete, che non prevede l’obbligo di una sede unica, consentendo ai medici in rete di mantenere i loro ambulatori, per non compromettere la capillarità dell’assistenza e favorire l’accessibilità agli assistiti. Può essere prevista una sede di riferimento (preferibilmente messa a disposizione dall’Azienda sanitaria locale) nella quale svolgere interventi programmati (per esempio, medicina di iniziativa per i medici, oppure vaccinazioni per i pediatri) o all’interno della quale prevedere una presenza a rotazione, se necessario al raggiungimento della copertura oraria eventualmente prevista.

A supporto delle forme organizzative complesse della medicina generale, viene istituita la figura dell’infermiere di comunità per un favorevole sviluppo dell’assistenza proattiva mediante la costituzione di team di presa in carico.

«Il 20% degli accessi in pronto soccorso di potrebbe evitarev se ci fosse un efficiente sistema di medicina territoriale; così anche con una migliore gestione dei ricoveri se consideriamo che almeno il 6% dei pazienti sono relativi a patologie quali diabete, ipertensione o altre malattie croniche che potrebbe essere prese in carico, appunto, dalla medicina del territorio – ha commentato l’assessore alal Sanità Luigi Icardi -. La “medicina di gruppo”, caratterizzata da una sede unica, garantisce un maggior livello di prestazioni erogate rispetto all’attività non in associazione, in particolare per il trattamento della cronicità e dei casi acuti di primo livello, nonché la continuità dell’assistenza e delle cure anche attraverso modalità di integrazione professionale tra medici. La nuova legge rilancia e potenzia i provvedimenti già attivati in questi mesi con le medesime finalità, dalla telemedicina alla Farmacia dei servizi, dall’accordo quadro sulle cure domiciliari, al nuovo portale salutepiemonte.it sui servizi sanitari digitali della Regione».

«Il Piemonte – il coordinatore del Gruppo di lavoro sulla Medicina territoriale ed ex ministro della Salute Ferruccio Fazio – paga un’assistenza territoriale debole che non permette al malato di essere preso in carico con cure domiciliari e causa numerosi ricoveri impropri in ospedale. La riforma della medicina di territorio ha l’obiettivo di ricostruire in Piemonte ciò che è stato smantellato con decenni di tagli lineari che hanno depauperato la sanità locale. La regia sarà affidata a un nuovo Dipartimento delle cure primarie che avrà il compito strategico di coordinare il sistema e monitorarne l’efficienza. Sono certo che questo modello di lavoro riuscirà anche ad attrarre molti giovani medici e valorizzerà l’impegno di chi fino ad oggi ha faticato, perché non era messo nelle condizioni di lavorare bene».

Dall’opposizione non sono mancate le critiche. «Nessun piano organico per la sanità territoriale, solo piccoli aggiustamenti – afferma il vice presidente della Commissione sanità Domenico Rossi -. Un piano per la medicina territoriale non può prescindere da un’analisi dei bisogni di salute e dalla configurazione di servizi in grado di rispondervi in maniera integrata con i servizi ospedalieri. E’ proprio l’integrazione ospedale-territorio la grande assente nei programmi della Giunta. Non basta potenziare i singoli aspetti, ma capire come questi comunicano tra di loro: potenziare l’Inter-dipendenza tra le parti e su una presa in carico unica del paziente. Restano da definire, inoltre, le misure per i pediatri di libera scelta, ma soprattutto non è chiaro cosa voglia fare la giunta per potenziare i servizi anche dal punto di vista del personale. Servono assunzioni stabili e a tempo indeterminato a partire dalla figura dell’infermiere di comunità. Nulla, inoltre, sull’integrazione socio-sanitaria e sulle cure domiciliari. Al Piemonte serve un piano, ma questo certamente non lo è».

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