Cronaca

È iniziata la fase 2. Siamo davvero sicuri?

Secondo Fondazione Gimbe, il Piemonte non è ancora fuori dalla fase 1 e l'Iss le assegna il secondo più alto valore di Rt (numero di riproduzione del contagio). Ma mostra un'infezione sviluppata soprattutto in Rsa, famiglie e ospedali. Un indice Apple mostra che gli italiani sono più virtuosi dei tedeschi

È iniziata la fase 2. Siamo davvero sicuri? La domanda vuole avere una doppia valenza: abbiamo certezza che noi novaresi, dunque piemontesi viviamo una fase di evoluzione del contagio che abbia davvero superato il picco mostrando un netto andamento di calo e quindi possa consentire questa parziale riapertura che è sostanzialmente il riavvio delle attività economiche principali? Ma anche: iniziando comunque a viverla, è possibile non far abbassare il grado di sicurezza comunque raggiunto dalla grandissima maggioranza durante la fase di confinamento? E quindi favorire un prossima, sperabilmente ravvicinata, fase 3 in cui potranno riaprire anche tante piccole attività che ora soffrono terribilmente la chiusura?

PIEMONTE ANCORA IN FASE 1?

Sul primo aspetto della questione emerge subito il fatto che il Piemonte è la seconda regione più contagiata per numero di casi, e terza per incidenza sulla popolazione.  Vi sono poi i pronunciamenti autorevoli di agenzie che stanno studiando l’evoluzione della pandemia in Italia. Ad esempio quattro giorni fa la Fondazione Gimbe ha scritto chiaro e tondo che, visto l’incremento dei casi, «Piemonte, Liguria, Prov. Autonoma di Trento e Lombardia non sono ancora fuori dalla fase 1» e il suo presidente Nino Cartabellotta ha sottolineato come, in media nazionale, «il numero dei nuovi casi non ha raggiunto quella prolungata stabilizzazione propedeutica alla ripartenza secondo le raccomandazioni della Commissione Europea». Per considerare infine che «dei 4,5 milioni di persone che torneranno al lavoro la maggior parte si concentra proprio nelle Regioni dove l’epidemia è meno sotto controllo».

 

 

Altra informazione si può trarre dall’ultimo bollettino di aggiornamento sull’epidemia pubblicato il 30 aprile dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss) in cui valuta per la prima volta a livello regionale il fattore “Rt” (si legge “R con t” e rappresenta il numero di riproduzione del contagio) che, similmente al fattore Rzero, indica “il numero medio di infezioni secondarie generate da una persona infetta a una certa data” e può essere stimato solo a due settimane nel passato. Quanto più risulta inferiore a 1 tanto più indica la velocità con cui decresce l’infezione (mentre sopra 1 indica accelerazione e in fase di picco in talune regioni ha toccato anche quota 4). Ebbene il Piemonte è stimato intorno a 0,7, appena dietro la Puglia, mentre la Lombardia è poco sopra 0,5.

I DATI DICONO: CONTINUIAMO “IO RESTO A CASA”

Quanto al secondo aspetto vale anzitutto l’ovvia considerazione che da oggi non è un “liberi tutti”, che nemmeno possiamo riversarci festosamente nelle strade in bicicletta o prendere d’assalto le aree pubbliche consentite e neppure andare finalmente a trovare i parenti come se nulla fosse successo. Da oggi ci dovrà essere un po’ più di movimento solo in relazione alla ripresa delle attività produttive, mentre per tutti gli altri, purtroppo, il “lockdown” va considerato immutato. Ed affrontando le inevitabili relazioni (dal fare la spesa all’incontrare i “congiunti”) occorrerà utilizzare con attenzione le mascherine, i guanti e tutte le misure igieniche ormai ben note. Così da favorire un ulteriore calo di contagi che potrà consentire di tornare a riaprire piccoli commerci e artigiani.

È anzitutto un fatto di responsabilità per sé e per gli altri, sia da un punto di vista economico che sanitario, consapevoli che anche una persona che sembra in piena salute può contagiare gravemente a sua insaputa, e che il contagio – soprattutto nelle persone anziane – può portare fino alla morte: sempre il bollettino Iss dà una percentuale di letalità (quanti muoiono dopo il contagio) generale del 12,6% che è più del doppio tra le persone over70 (muore un anziano su 4).

Tuttavia un’altra valutazione dell’Iss evidenzia i luoghi in cui maggiormente si sono verificati i contagi (valutati dal 1° aprile per i casi noti) che quindi rappresentano gli ambiti in cui serve porre la massima precauzione: 48,6% le Rsa e comunità disabili, 22% l’ambito familiare (in presenza di persone malate), 9,9% ospedali e ambulatori, solo il 3,7% i luoghi di lavoro (non sociosanitari).

Altro fattore: in Germania la fase 2, avviata già da una settimana e con ulteriori previsioni di allentamento (ad esempio da oggi riaprono i parrucchieri e in Baviera si possono celebrare le messe), mostra che il tutto sta funzionando e i nuovi casi continuano a rallentare, al di là dei primissimi dati che non consideravano un andamento ciclico costante e che hanno fatto qui in Italia gridare alcuni al fallimento tedesco.

In conclusione: sapendo di vivere in un territorio ancora ad alto rischio, quindi mantenendo tutte le precauzioni necessarie, continuando a restare a casa salvo i casi inderogabili, cioè comportandoci come fatto fino ad oggi, anche la fase2 può essere affrontata con una buona sicurezza che potrà presto consentire la fase 3.

E non serve nemmeno dire: facciamo come i tedeschi. L’Apple Mobility Trends, un indice reso pubblico da Apple sulla base delle richieste di percorsi (in auto, a piedi e con i trasporti) attraverso l’app “Mappe” mostra il calo di richieste (indicante quindi una riduzione di mobilità personale) all’attivazione dei vari “lockdown”. Lo pubblichiamo come immagine di apertura sopra il titolo: si vede ovviamente l’Italia in anticipo ma con il mantenimento di un livello basso e costante fino ad oggi (più o meno in linea con francesi e spagnoli, come si desume da altri dati) che è molto inferiore a quello mantenuto da britannici e tedeschi.

E se aggiungiamo che un altro studio internazionale dell’Iss evidenzia come a 14 giorni dall’inizio del “lockdown” il valore Rzero in Italia era sceso al di sotto del fatidico 1 confermando il successo del confinamento e ponendo l’Italia come precursore e modello per altri Stati, si può ben concludere: per la nostra sicurezza proseguiamo così.

 

 

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