Ci sono muri che vivono dentro di noi, e non proteggono, ma ci emarginano; di quelli materiali alcuni sono stati abbattuti, altri sono stati costruiti.
Fino al 9 novembre 1989 la Germania era divisa in due e il simbolo di questa divisione era il muro che si trovava a Berlino: le due metà della città non potevano comunicare tra loro.
Dopo che il muro venne abbattuto, Reiner Kunze, il maggior scrittore dissidente della DDR che dal regime aveva subito la censura, la persecuzione e il controllo della Stasi, scrisse un testo per ricordarne l’importanza e la gravità.
Il muro non aveva diviso solo la Germania, ma aveva plasmato la mentalità, le abitudini e le paure collettive.
Alla mancanza di libertà i tedeschi si adattarono per sopravvivenza.
L’omologazione e la paura livellavano le persone, annullando la personalità.
Ma una volta caduto il muro materiale, crollavano anche gli alibi: non si poteva più dare la colpa al regime, alla dittatura o alla divisione per i propri fallimenti o per le proprie scelte. L’essere umano era di nuovo libero, ma, come sempre, la libertà coincide con una faticosa responsabilità morale.
Quando l’abbiamo abbattuto, non sapevamo
quanto era alto dentro di noi.
C’eravamo abituati
a quell’orizzonte.
E all’assenza di vento.
Alla sua ombra
nessuno proiettava ombra.
Adesso stiamo denudati
di ogni scusante
La poesia ci offre un insegnamento sempre attuale, ricordandoci che il danno collaterale di un’oppressione o di una barriera non è la limitazione fisica, ma la progressiva assuefazione della mente, la rinuncia al dissenso, il rischio di normalizzare le ingiustizie sociali e la perdita di diritti.
La rassegnazione prende i contorni di una quiete scambiata per pace, ma che diventa apatia.
Ci trasforma in esseri passivi, anche quando non abbiamo più l’alibi di una struttura oppressiva che ci contiene e giunge il tempo di decidere chi vogliamo essere.
Die Mauer, in Un giorno su questa terra, 1998.







