Circa settanta lavoratori in presidio davanti ai cancelli, su un totale di 320 dipendenti impiegati nel sito produttivo novarese, per far sentire la propria voce contro una decisione aziendale calata dall’alto. Lo sciopero di otto ore indetto oggi allo stabilimento Barilla di Novara si inserisce nella mobilitazione nazionale contro la cessione di alcuni stabilimenti del Sud Italia, ma porta alla luce una profonda e inaspettata spaccatura nelle relazioni industriali tra il colosso alimentare e le sigle sindacali.
Una frattura che si è consumata a metà settembre, in netto contrasto con i patti siglati poco prima prima dell’estate. «Il 16 luglio avevamo potenziato le relazioni sindacali mettendo al centro proprio la comunicazione preventiva – ha spiegato Miriam Virdis (CISL) –. Poi l’azienda ha deciso la cessione degli stabilimenti del Sud senza nemmeno interpellarci. Questo ha distrutto la rete di relazioni. Il 7 ottobre abbiamo convocato le assemblee per esporre la situazione e chiesto all’azienda di trattare, ma non è stato possibile. Da qui l’azione di oggi con le prime 8 ore di sciopero».
Il tempismo del presidio non è casuale. «La giornata di oggi è stata scelta perché è in corso un incontro in Campania, dove la regione ha concesso un tavolo ministeriale – ha precisato Luca Bottaro (UIL) –. In questa vicenda sono mancati tutti i passaggi istituzionali: le cessioni sono state comunicate direttamente ai singoli siti. È stata una grossa caduta di stile e una falla enorme nelle relazioni sindacali, una totale mancanza di rispetto nei confronti del mondo del lavoro».
A preoccupare i rappresentanti dei lavoratori non è solo il metodo, ma anche l’incertezza per il futuro degli altri siti produttivi, compreso quello novarese. «Ad oggi le relazioni con il gruppo sono tornate al Medioevo – ha aggiunto Francesco Campanati (CGIL) –. Non pensavamo potesse succedere una cosa simile: abbiamo firmato il contratto integrativo e il giorno successivo siamo venuti a conoscenza della cessione dei siti produttivi. Chiediamo a Barilla di bloccare la vendita e riprendere immediatamente i tavoli di confronto. E appena i rapporti riprenderanno, chiederemo di poter visionare il piano industriale per capire se, all’interno di queste scelte, ci possa essere il rischio di cessione per qualche altro stabilimento».








