Dagli abiti usati e dagli scarti industriali nasceranno nuove fibre destinate all’abbigliamento, all’edilizia, all’automotive, all’arredamento e al settore medicale. È stato inaugurato oggi a San Pietro Mosezzo il nuovo stabilimento di Igers, società partecipata dal gruppo Haiki+, dedicato al riciclo e alla trasformazione dei rifiuti tessili in materie prime pronte per essere reimpiegate dall’industria.
Al taglio del nastro ha partecipato il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, insieme ai rappresentanti delle istituzioni, dell’azienda e degli enti impegnati nel settore ambientale.
L’impianto, completamente automatizzato e dotato di una tecnologia proprietaria brevettata a livello internazionale, è autorizzato a trattare 19 mila tonnellate di materiale all’anno, con una capacità di recupero superiore al 96%. L’investimento complessivo ammonta a circa 8 milioni di euro, dei quali 1,3 milioni cofinanziati attraverso il Pnrr.
Dopo i saluti istituzionali del sindaco di San Pietro Mosezzo Giuseppe Brognoli, Giovanni Rosti, amministratore delegato di Haiki+, ha ripercorso la nascita della nuova attività e il recupero dell’area sulla quale è stata realizzata.
«Siamo felici di iniziare questa avventura – ha affermato –. Haiki+ è una realtà storica, controllata a maggioranza dalla famiglia Colucci. Abbiamo rilevato un impianto fallito e pieno di rifiuti, recuperando completamente le aree e facendole rinascere. Oggi ci affacciamo per la prima volta sul mondo del tessile, forti dell’esperienza maturata in tanti anni nel settore del riciclo».
Rosti ha richiamato anche le difficoltà normative che accompagnano lo sviluppo della filiera: «È un settore che guarda al futuro ma presenta ancora molti problemi. Siamo tuttora in attesa del regolamento per chi produce tessile. Qui puntiamo al recupero della materia: non ci limitiamo a trattare un rifiuto, ma produciamo una nuova materia prima pronta per essere utilizzata».
Il cuore dello stabilimento è costituito da 56 macchine e semimacchine interconnesse, gestite attraverso software proprietari. Il ciclo comincia con la sanificazione dei materiali all’interno di cabine a ozono e prosegue con sistemi di riconoscimento basati su tecnologie iperspettrali e laser, che consentono di analizzare e classificare i tessuti in base alla composizione, al colore e alla struttura.
Gli abiti vengono quindi separati e privati delle componenti che non possono essere recuperate, come etichette, cerniere, bottoni ed elastici. I tessuti passano poi alla sfilacciatura meccanica, che permette di aprirli progressivamente e recuperare le fibre preservandone le caratteristiche necessarie per i successivi utilizzi.
Ogni fase della lavorazione viene documentata attraverso la registrazione su blockchain dei dati relativi alle operazioni eseguite. Il sistema consente di ricostruire il percorso dei materiali e di garantire la tracciabilità e la certificazione del processo di recupero. Al termine del ciclo, presse intelligenti formano, pesano ed etichettano le balle, creando lotti identificabili e pronti per essere spediti alle industrie utilizzatrici.
«Ho avuto questa idea sei anni fa e allora gli scettici erano molti – ha raccontato Gianluca Miceli, amministratore delegato di Igers –. Per una startup italiana raccogliere finanziamenti è difficile, ma sapevo che avremmo trovato la strada. Non offriamo semplicemente un servizio di riciclo: abbiamo realizzato un sistema composto da 56 macchine interconnesse, brevettato a livello internazionale, capace di prendere un rifiuto eterogeneo e trasformarlo in materia prima».
La maggior parte delle fibre recuperate sarà destinata alla produzione di tessuto non tessuto, impiegato negli imballaggi e nelle imbottiture, nell’edilizia, nell’automotive, nell’arredamento e nel settore medicale. La parte restante potrà tornare alla filatura per la produzione di tessuti destinati all’abbigliamento e all’arredo.
Lucia Leonessi, direttrice generale di Cisambiente Confindustria, ha definito l’apertura dello stabilimento «la rivincita degli stracci. Il nostro Paese è in grado di affrontare una nuova fase – ha dichiarato –. Questa è una possibilità reale e concreta, resa possibile dal coraggio e dall’intelligenza di chi ha saputo guardare al futuro. Da qui escono filato, combustibile e polveri che possono essere utilizzate negli imballaggi, evitando il ricorso a nuove materie».
Il direttore di Arpa Piemonte, Secondo Barbero, ha invece richiamato le conseguenze ambientali della moda a basso costo e della riduzione del ciclo di vita degli abiti. «La fast fashion ha accelerato il consumo dei prodotti tessili e la loro trasformazione in rifiuti, con conseguenze problematiche dal punto di vista ambientale – ha spiegato –. Per questo una filiera basata sull’utilizzo di nuove tecnologie assume un’importanza particolare». Arpa Piemonte, ha ricordato Barbero, ha fornito il proprio supporto durante il percorso autorizzativo e continuerà a collaborare durante la fase di esercizio dell’impianto e nella verifica della tracciabilità dei materiali.
L’assessore regionale all’Ambiente Matteo Marnati ha sottolineato la tradizione del territorio novarese nel campo del recupero dei rifiuti: «Già prima del Green Deal il Novarese raggiungeva livelli di raccolta differenziata tra i migliori in Europa. Questo impianto rappresenta un valore straordinario. Siamo un Paese povero di materie prime e riciclare è fondamentale perché produce occupazione e contribuisce alla crescita del Pil».
Secondo i dati di Ispra, ogni anno in Italia vengono raccolte circa 180 mila tonnellate di rifiuti tessili. La presidente dell’istituto, Maria Alessandra Gallone, ha ricordato il percorso avviato negli anni sul fronte dell’economia circolare: «L’Italia è ricchissima di intelligenza. Applicandola all’economia circolare, il nostro Paese può diventare un punto di riferimento internazionale in questo settore».
Per la deputata Emma Pavanelli, l’economia circolare deve essere considerata «un’industria strategica per il Paese»: «L’Italia è all’avanguardia, ma il tessile è stato trattato per troppo tempo soltanto come un rifiuto. Questo impianto ci dà molte speranze e ci auguriamo che il modello possa essere replicato in tutta Italia».
A concludere gli interventi è stato il ministro Pichetto Fratin, che ha richiamato le dimensioni globali della produzione tessile e la necessità di costruire un nuovo modello industriale. «Ogni anno nel mondo vengono prodotti circa 120 miliardi di capi – ha dichiarato –. Con questo impianto vogliamo dimostrare che si può continuare ad andare avanti e farlo meglio. Questa è la partita del futuro».
Il ministro ha quindi definito quello di Igers e Haiki+ «un investimento lungimirante», capace di dimostrare come un rifiuto possa diventare una risorsa e di portare a San Pietro Mosezzo una nuova attività industriale fondata sull’innovazione, sulla tracciabilità e sul recupero delle materie.








