C’è un’Italia che viaggia su locomotive d’epoca, tra carrozze restaurate, panorami mozzafiato e il fascino romantico del viaggio lento. Ed è quella che FS Italiane e Trenitalia stanno raccontando in queste settimane, con la giusta enfasi, per promuovere la splendida Ferrovia delle Meraviglie tra Piemonte e Liguria e i treni storici.
Poi c’è Italia. Quella che il treno lo prende non per nostalgia, ma perché deve andare al lavoro, all’università o comunque per necessità.
E lì, più che la Ferrovia delle Meraviglie, siamo ormai sulla Ferrovia dell’Orrore.
Sia chiaro: niente contro i treni storici. Anzi. Sono un patrimonio da valorizzare, un’attrazione culturale, un’esperienza che vale la pena fare almeno una volta.
Il problema è un altro. Mentre si vende il fascino del treno che fu, quello di oggi riesce già benissimo a sembrare d’epoca da solo. Solo che invece del profumo del carbone offre quello dell’esasperazione.
La vera esperienza immersiva organizzata dalle Ferrovie, infatti, non è il viaggio sulla locomotiva a vapore: è salire ogni mattina su un regionale della Torino-Milano. Un’attrazione aperta 365 giorni l’anno. Il biglietto comprende suspense, improvvisazione, cambi di programma, attese impreviste e una sorprendente capacità di adattamento del viaggiatore. Un po’ escape room, un po’ reality show. Non sai a che ora partirai, figurarsi quando arriverai. E soprattutto non sai se completerai il viaggio sul treno sul quale sei salito.
Ogni giorno il tabellone propone una nuova puntata: guasto tecnico, guasto all’infrastruttura, problemi alla linea, problemi al materiale rotabile, maltempo, rallentamenti per cause in corso di accertamento. Tradotto: arrangiatevi.
L’ultimo episodio è soltanto l’ennesima casella di un gioco ormai ripetitivo: ieri sera il regionale delle 20.05 da Torino Porta Susa a Milano Centrale si è fermato a Settimo Torinese e lì ha deciso che il suo viaggio poteva considerarsi concluso. I passeggeri, invece, hanno dovuto aspettare tre ore un autobus per raggiungere Chivasso e prendere un altro treno. Per arrivare a Novara ci sono volute oltre quattro ore e un vocabolario di imprecazioni decisamente più ricco rispetto a quello della partenza.
Ieri la colpa è stata del maltempo, con il crollo di un muro di cinta. Ci sta.
Un’altra volta era un guasto all’infrastruttura. E va bene.
Un’altra ancora l’ennesimo tragico investimento di una persona. E questo non va bene per niente.
E domani? Le motivazioni ormai sembrano uscire da una ruota della fortuna: guasto tecnico, inconveniente alla linea, problemi di circolazione, materiale rotabile, intervento delle autorità, rallentamenti non meglio precisati. Pescatene una a caso, tanto statisticamente funzionerà.
Poi arriva l’estate e tornano i Treni del Mare, altra iniziativa presentata come il grande regalo ai piemontesi. Destinazione Liguria. Tutto molto bello. E per carità, che non ce ne sia uno che passi da Novara…
E se per i regionali la tragedia è quotidiana, non va molto meglio a chi viaggia con le Frecce che a Novara sfrecciano e i novaresi le guardano passare. Ma che ci vuole? È sufficiente il pellegrinaggio fino a Milano Centrale. Quaranta minuti e un rosario completo, misteri compresi, chiedendo una grazia che ormai ha assunto i contorni del miracolo: riuscire a prendere la coincidenza.
Nel frattempo le campagne pubblicitarie continuano a raccontare il treno come simbolo di sostenibilità, efficienza e piacere del viaggio.
I pendolari, invece, hanno imparato che il vero lusso non è la carrozza storica con i sedili in velluto: è arrivare a casa per cena.
Ecco, forse sarebbe il caso che le istituzioni, prima di organizzare l’ennesimo viaggio nella nostalgia ferroviaria, provasse a far funzionare quella contemporanea.
Perché il passato sarà anche affascinante, ma il presente, ogni giorno, fa acqua – anzi ritardo – da tutte le parti.








