Sanremo, la settimana dell’assedio: dentro la zona rossa del Festival

Sanremo, la settimana dell’assedio: dentro la zona rossa del Festival

Sanremo non è più soltanto il Festival della canzone: è una città che, per una settimana, cambia pelle e volume. Dietro le telecamere l’atmosfera è elettrica, sì, ma anche fisicamente densa: le strade del centro diventano un unico flusso continuo di persone, una folla in cui convivono appassionati, curiosi, addetti ai lavori, artisti (o aspiranti tali), influencer più o meno riconoscibili. 

Ogni angolo sembra “il punto giusto” dove stare, perché da qualche parte, prima o poi, passerà qualcuno. 

«Sono partito dal Casinò un’ora fa, ve lo giuro» commenta esanime un collega in sala stampa, dopo aver “surfatо” il mare umano fino alla Lucio Dalla, peccato che la distanza fra questi due punti sia di 800 metri, 11 minuti a piedi.

E poi ci sono i dettagli pratici: «Questo treppiede non può passare» ti dice con aria mortificata un addetto alla sicurezza mentre tu, annuendo, pensi che quel treppiede però ti serve per lavorare.

Sulla sicurezza, infatti, Sanremo non scherza: il dispiegamento di forze è evidente, con pattuglie, controlli, sicurezza privata, metal detector ai varchi della cosiddetta “zona rossa” e una no-fly zone sopra l’Ariston.

L’attenzione, soprattutto nelle aree limitrofe al teatro e nei punti di maggiore concentrazione, è alta e percepibile, il paradosso è che proprio questa necessaria organizzazione, quando incontra numeri fuori scala, genera nuovi colli di bottiglia: file interminabili ai controlli, passaggi bloccati, incastri continui.

Negli ultimi anni non sono mancati episodi che hanno dato la misura di quanto la linea tra entusiasmo e assalto possa diventare sottile: l’anno scorso Achille Lauro, circondato da migliaia di fan, ha cercato rifugio dentro un’attività commerciale:«Stanno arrivando i Carabinieri a liberarci» aveva scritto online e questo, forse, dà una dimensione della situazione in città.

Sono momenti che fanno notizia perché sembrano eccezionali, ma che raccontano una realtà più quotidiana: la gestione della presenza umana, a Sanremo, è ormai parte integrante del Festival.

Certo, è bellissimo vedere la città così viva, ma viene spontaneo chiedersi, forse provocatoriamente, se alla fine i veneziani abbiano avuto ragione a mettere il ticket d’ingresso alla città: non per “chiudere” Sanremo, né per renderla elitaria, ma per farla funzionare, perché il rischio, altrimenti, è che la città diventi un grande baraccone: anche bello, anche pieno di energia, ma sempre più difficile da vivere.

Sanremo è Sanremo e resta una settimana speciale, soprattutto dal vivo, dentro la sua macchina, ma proprio per questo, forse, la città parallela del Festival, merita di respirare meglio e con lei chi la attraversa: per lavoro, per passione, o semplicemente per il desiderio di esserci senza restare intrappolato.

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