Il cotechino sul palco del Regio

Povero Maestro Muti. Lo aveva detto qualche giorno fa in una intervista rilasciata al Messaggero: «Quando vedo certi programmi della tv italiana passo a tv straniere per trovare cose di sostanza, e poi non se ne può più di cuochi e cucina».

Non aveva ancora visto il meglio. Ci ha pensato “Masterchef” a portare il cotechino sul palco del Teatro Regio di Parma, capitale della cultura. Certo, adesso qualche anima bella dirà che la cucina è cultura, che sarebbe bello anche portare la lirica nei ristoranti stellati, in fondo anche Antonino Cannavacciuolo si è messo a cantare (o a fare finta), sul palco del Teatro Coccia. Altrimenti la cultura diventa noiosa.

 

 

Il problema è la definizione del concetto di cultura, il cui confine si è ormai dilatato per contenere tutto il contenibile e anche l’incontenibile. Riempire lo stomaco e soddisfare il palato è cultura? Ma sì, che male c’è? In fondo anche davanti alle chiese per Natale non si mettono più le pecore del presepe, ma simpatici orsetti: è cultura.

Chi ha detto che la cultura sta solo nei libri e nei musei? La cultura hanno detto alla televisione è anche andare a sciare! Perché noi poveri “vietcong della cultura e dell’arte“ ci ostiniamo a credere che la cultura abbia una sua sacralità? Perché pensiamo che al Regio di Parma ci debba stare Verdi? Chi ha detto che non ci debba stare un bel cotechino? Io resto nella jungla. Voi fate come credete.

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