Chiunque di noi tenga traccia degli accadimenti della vita interiore ed esteriore attraverso un diario, un quaderno o magari un blog, ma anche su un social, avrà certamente registrato, pensieri, stati d’animo, riflessioni vissuti durante il cosiddetto lockdown. Per chi non si fosse accorto, la letteratura, in senso molto lato, sta producendo una quantità abnorme di opere su questo infausto periodo della nostra vita. A rigore, siamo ormai, dal punto di vista strettamente narrativo o cronachistico, nel “post-lockdown”.

Qualche tempo fa, su queste pagine, mi trovai a scrivere di un suggestivo testo di Paolo Giordano intitolato “Nel contagio” (Einaudi). Adesso è la volta di una vecchissima conoscenza, Franco “Bifo” Berardi che per quelli della mia generazione (e di un certo orientamento ideale), se non è un mito, è almeno una leggenda; per quei pochissimi miei coetanei che non lo conoscessero, ricorderò che Bifo fu animatore della più celebre emittente radiofonica del Movimento del 1977, Radio Alice di Bologna, nonché filosofo, scrittore, saggista (memorabili i suoi interventi su “Alfabeta”),  collaboratore della Rai, editore, militante politico (magari non esattamente in questo ordine).

Franco “Bifo” Berardi fu autore di un libro-shock edito da Feltrinelli nel 1970, dal titolo piuttosto eloquente “Contro il lavoro”. Accusato di essere anche un fiancheggiatore delle Brigate Rosse (e poi assolto) si rifugiò nella accogliente Parigi di quegli anni, dopo che in Italia fu accusato e condannato per un reato piuttosto inconsueto: “Istigazione all’odio di classe a mezzo radio”. A Parigi frequentò i più prestigiosi ambienti intellettuali, dove conobbe Félix Guattari e Michel Foucault e dove, tra l’altro pubblicò, “Le ciel enfin tombé sur la terre”.  Insomma un mito d’altri  tempi, un po’ come Ernesto Guevara, il “Che” o Daniel Cohen-Bendit detto “Le Rouge”, personaggi che oggi non solo non esistono più, ma addirittura si fatica a far credere che siano davvero esistiti. Ebbene, vi posso dire che Franco “Bifo” Berardi, non solo è esistito, ma io ho avuto la disavventura di intervistarlo su “mandato” di un vecchio amico e giornalista di Kabouter Radio, Alberto Toscano e della redattrice la compianta Rita,  che lo chiamarono al telefono senza successo e quando Bifo richiamò, fui io, diciannovenne a dover rispondere, impacciatissimo e assolutamente non in grado di porre alcuna domanda, a quel carismatico rivoluzionario. Un po’ come dover intervistare Garibaldi… Digressione necessaria per cercare di farvi capire con quale stato d’animo ho affrontato la lettura di “Fenomenologia della fine” edito per i tipi di una piccola, ma interessante casa editrice, la “Nero Edizioni”.

 

 

Il 21 febbraio scorso, Bifo Berardi si trova ad arrivare da Lisbona e ad attenderlo all’aeroporto di Bologna, c’è un mondo completamente cambiato, quello dei termoscanner, delle visiere trasparenti, delle mascherine; è proprio da quello sbarco che prende vita il racconto di quei giorni , quello che più conta, le riflessioni “apocalittico-umanistiche” del pensatore bolognese che mai ha fatto e ancora non fa mistero delle sue profonde convinzioni ideologiche. “La recessione economica che si prepara”, scrive Bifo, “potrà ucciderci, potrà provocare conflitti violenti, scatenare epidemie di razzismo e di guerra.

E’ bene saperlo. Non siamo culturalmente preparati a pensare la stagnazione come condizione di lungo periodo, non siamo preparati a pensare la frugalità, la condivisione. Non siamo preparati a dissociare il piacere dal consumo. Questa è la volta buona?” La promessa quasi messianica della distruzione della società dei consumi, sembra potersi nutrire di questa pandemia e portare con sé la speranza di una società migliore. “… La devastazione prodotta da questa crisi non va calcolata nei termini dell’economia finanziaria. Dovremmo valutare i danni e i bisogni sulla base di un criterio dell’utilità. Non dovremmo porci il problema di far quadrare i conti del sistema finanziario, ma dovremmo proporci di garantire a ciascuna persona le cose utili di cui tutti abbiamo bisogno.

C’è qualcuno a cui questa logica non piace perché gli ricorda il comunismo? Ebbene, se non ci sono parole più moderne useremo ancora quella, forse antica ma sempre molto bella…” Sembra rispuntare qui la bella utopia degli anni Settanta (e anche prima, naturalmente), e sembra che la scrittura di Bifo Berardi, guadagni in freschezza e viva di nuovi entusiasmi. Il diario dei giorni del lockdown, alterna, a ritmo serrato,  pensieri di ordinaria quotidianità a visioni sociologico-politico di ampio respiro, in una scrittura che cavalca i registri dell’intimismo e della visionarietà con estrema disinvoltura, ma senza perdere mai di concretezza e di efficacia. “Non ho mai smesso di dipingere da quando è iniziata la clausura. In realtà non posso dire che la mia sia pittura: faccio collage con frammenti di immagini, fotocopie, pezzi di giornale a cui poi sovrappongo colori a smalto…”(21 aprile).

Una pausa dolorosa per tutti, ma che indubbiamente è servita ad una riscoperta o ad una scoperta ex-novo anche di ritmi di vita non consueti che per Bifo, come per ognuno di noi, hanno aperto la strada a gesti, azioni inusitati e per qualcuno a tempi di fertilità di pensiero. “…Quel che la volontà politica non è riuscita a fare potrebbe farlo la potenza mutagena del virus. Ma questa fuoriuscita occorre prepararla immaginando il possibile, ora che l’imprevedibile ha lacerato la tela dell’inevitabile…” Un diario dalla pandemia che sa guardare molto oltre la contingenza e che sa ancora stupire per lucidità di visione e forse per (apocalittica) preveggenza.

di Franco “Bifo” Berardi (Nero, 2020)

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